Amanda Lear: “Se non fossi stata ambigua, mi avrebbero dimenticata subito”

La sua vita sembra uscita da un film di Fellini, ricca com’è di mistero e ambiguità. E ancora oggi Amanda Lear, femme fatale dai grandi amori e a lungo musa prediletta del celebre pittore spagnolo Salvador Dalì, continua a stupire mostrandoci sempre nuovi volti di sé. L’ultimo riguarda la sua arte pittorica, che espone fino all’ 11 settembre nella mostra “Visioni” aH’intemo della storica galleria meneghina Milano Art Gallery. «Nei miei quadri? Rabbia e angoscia» La tua vita è per molti versi avvolta dal mistero. La tua età, la tua sessualità… Ti diverte tutto questo? «Questa ambiguità mi è servita molto, altrimenti la gente mi avrebbe già dimenticata! Il fatto che si parlasse di *****, di Dalì e di trasgressione, ha alimentato una specie di personaggio un po’ diabolico. Per anni, per esempio, non ho potuto lavorare alla Rai proprio per questo motivo. All’inizio mi arrabbiavo parecchio, perché mi comportavo meglio di altri. Oggi i tempi sono cambiati e si vedono ovunque personaggi molto equivoci». Anche la tua voce è un po’ un mistero… «Il mio primo produttore mi faceva bere e fumare come una pazza, perché volevano questa voce un po’ sepolcrale, della donna che canta con il vocione. E, infatti, oggi certe canzoni non riesco più a cantarle come allora, anche perché la voce mi è andata sopra di un’ottava rispetto al passato». Questa ambiguità si respira anche nei tuoi quadri? «Certo, ma si trovano anche tutta la mia rabbia, le mie angosce, la mia voglia di vivere. La pittura è per me come andare dallo psicanalista. Sono piena di problemi anch’io, come tutti, e piuttosto che prendere pillole preferisco dipingere». Tramite la pittura hai incontrato Salvador Dalì… «Dalì è stata una presenza fondamentale per me. Mi proposi a lui come pittrice esordiente. Lui mi rispose sfoggiando una visione di assoluto maschilismo artistico. Mi scoraggiò dicendo che le donne fanno solo soggetti banali come fiori e paesaggi e certamente non possono essere annoverate come vere artiste. In quell’occasione non volle neppure guardare i miei quadri, che ha visto solo dieci anni dopo esclamando: “Ma sai che non sono poi così male per essere fatti da una donna!”». E poi vi siete innamorati… «Aveva deciso che ogni giorno mi doveva sorprendere. La mattina mi portava la colazione a letto e nel vassoio trovavo sempre qualcosa di diverso: un insetto, un ragno, uno scarabeo, un gelsomino. Un’estate mi disse che voleva sposarmi, solo che aveva già una moglie. Lui però non si scoraggiò e così partimmo in groppa a un asino per la sommità di una montagna sperduta della Catalogna, dove secondo lui c’era un eremita che ci avrebbe sposati lo stesso. Ovviamente l’eremita ci prese per matti! Dopo Salvador è stato difficilissimo trovare qualcuno come lui all’interno della mia vita». Che cos’è la bellezza? «È la cosa più importante, che sia un cielo, un fiore, un piatto presentato in modo carino, il modo di camminare di una ragazza. L’essere umano non può vivere senza l’armonia della bellezza». Oggi forse ci siamo un po’ disabituati alla bellezza… «Siamo vittime di Photoshop, che rende tutto disumano. Una ragazza ritoccata al computer non è reale, quindi come può essere bella?» Che rapporto hai con il tuo corpo? «Amo il mio corpo perché lo trovo alto, bello, snello e sono grata a Dio che mi consente di mantenerlo così anche alla mia età. A volte, però, lo odio perché si stanca, suda, invecchia. Quando ero all’accademia d’arte la prima emozione che ho provato è stata di fronte a una statua greca, di marmo, con quel suo senso di eternità, così bianco, liscio, che non puzza ,e non invecchia. Da allora ho sempre desiderato un corpo come quello. Per questo nella mia vita sono stata sempre attratta da uomini con corpi come sculture, muscolosi, che ammiro molto perché si prendono cura di loro stessi». «Ho fatto dischi di qualità non eccelsa» C’è qualcosa che cancelleresti volentieri dalla tua vita? «Sicuramente non cancellerei gli amori e le amicizie. Rifarei tutto quello che ho fatto. Quello che cancellerei è, invece, qualche disco di qualità non proprio eccelsa! Ma gli sbagli servono perché da essi s’impara sempre qualcosa. La perfezione d’altronde è la cosa più noiosa del mondo!».

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