Tunisi, il Viminale lancia l’allarme: «Ora l’Italia rischia l’emulazione»

L’altra notte, rientrando in albergo, Matteo Renzi non nascondeva l’insofferenza: «Sono già al mio nono Consiglio europeo e qui si continua a parlare solo di Ucraina e mai della situazione nel Mediterraneo. Così l’Europa finirà per essere strabica, mentre il Mediterraneo è il cuore dell’Europa, non la periferia». Ebbene ieri, complice la strage di turisti a Tunisi, il premier italiano ha potuto tirare un respiro di sollievo: «Hanno finalmente capito, la minaccia globale del terrorismo ha aperto gli occhi ai miei partner e si è deciso di aiutare la Tunisia, l’Egitto e di fare sul serio in Libia».

Che il vento sia girato con il terrorismo nel Nord Africa, e il rischio-contagio sia salito nella lista delle priorità europee, è confermato dalle parole di Angela Merkel: «L’influenza dell’Isis sta crescendo in Libia. La Libia è la frontiera dell’Europa e se non si trova una soluzione, l’Unione europea avrà un grosso problema».

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Di concreto per la verità non c’è molto. C’è un paragrafo nelle conclusioni del summit: «Il Consiglio europeo condanna lo scioccante attacco terroristico contro la Tunisia ed esprime la sua più profonda solidarietà alle vittime, alle loro famiglie e al popolo tunisino. L’Unione europea e i suoi Stati membri intensificheranno la cooperazione con la Tunisia per contrastare la minaccia comune del terrorismo, per rafforzare la promettente democrazia della Tunisia e per sostenere il suo sviluppo economico e sociale». Tradotto: qualche centinaia di milioni di euro a Tunisi. E, soprattutto, pressing sulle fazioni in lotta in Libia per raggiungere un accordo e dare vita a un governo di unità nazionale. Missione affidata a Lady Pesc, Federica Mogherini: «Tutte le parti in Libia dovrebbero unirsi contro la minaccia dell’Isis. Non lottare tra loro, ma lottare contro una minaccia comune. I libici devono capire molto bene che non c’è altra opzione al dialogo e che il dialogo deve dare risultati. Sono in gioco il futuro del Paese, della regione e della sicurezza in Europa. L’Unione europea è pronta a supportare in tutti i modi possibili il processo di dialogo e il suo risultato». Poi, però, da Roma arriva l’allarme del Viminale, che in una circolare avverte: «In Italia rischio emulazione».

IL RUOLO DELL’ONU

Ma c’è di più. C’è che i Ventotto hanno concordato che «non appena in Libia sarà formato un governo di unità nazionale, potranno essere messe in atto missioni di sicurezza o polizia per attività come la messa in sicurezza di edifici governativi e infrastrutture strategiche ed il controllo delle frontiere». Esclusivamente sotto l’egida dell’Onu, però. Il presidente francese Francois Hollande è stato chiaro al riguardo: «Un intervento militare europeo in Libia è fuori discussione e non avrebbe alcun fondamento e sostegno in sede Onu. Si cerca un accordo politico e l’Europa su questo fronte sarà in prima linea. La Libia è quasi la nostra frontiera esterna: se il terrorismo e l’Is si sviluppano in Libia, l’Europa non potrà essere al sicuro e già ora non lo è».

Del resto neppure il governo italiano ha mai pensato all’invio di truppe senza una risoluzione dell’Onu. E questa potrà arrivare nei prossimi mesi, soltanto dopo la formazione in Libia di un governo di unità nazionale. «Senza questa pre-condizione», spiega un diplomatico che segue il dossier, «vorrebbe dire andare a fare la guerra e non a imporre la pace per frenare l’espansione dell’Is».

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Redazione

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