Yara Gambirasio: Nessuno si può permettere di infangare il suo nome

Nella vicenda del processo a Massimo Giuseppe Bossetti, unico sospettato dell’omicidio di Yara Gambirasio, buona parte dell’attenzione narrativa e mediatica è stata fino a ora rivolta soprattutto alla figura del presunto colpevole. Alla prova più o meno rocciosa del Dna sono state affiancate dimostrazioni su frequentazioni e bugie dello stesso: il camion, le possibili menzogne, la contaminazione da epistassi nasale, la passione estetica per i centri di abbronzatura, i contrasti coniugali. Come spesso succede, la principale prova di colpevolezza è l’esibizione di un indizio psicologico, cioè la prassi, in realtà vietata dalla nostra giurisdizione, di tracciare il profilo del colpevole del reato per vedere se si incastra perfettamente in colui che è indagato. Non è un profilo che gli esperti psicologi della polizia delineano per sapere se il colpevole è uomo o donna, vecchio o giovane, disturbato o sano di mente. Si tratta invece di incastrare questa sagoma del profilo con l’uomo che è già detenuto.yara_gambirasio_01

Ma ora emerge, in questa fase degli atti processuali e del dibattito, la tendenza a tracciare il profilo psicologico della vittima. Fino ad ora ogni discorso su di lei ne aveva fatto l’icona di una bambina innocente, fragile, incappata per caso in un mostro. Soltanto oggi, con una prassi che appare odiosa, si comincia a fare ragionamenti sui suoi eventuali rapporti e sulla conoscenza con Bos-setti. Quindi si ragiona su quali condizioni psichiche possano esserci in questa bambina sorridente nella vicenda che ha preceduto il suo martirio. La prima domanda è se Bossetti e Yara si conoscessero. C’è chi ritiene che Yara sia salita sul camion perché lo conosceva. Il fratellino di Yara ha dichiarato che Yara era spaventata da un uomo che incontrava la domenica in chiesa, ma l’identikit non corrisponde alla figura di Bossetti. In quella tragica notte Yara voleva uscire a tutti i costi, perché doveva portare lo stereo in palestra, ma qualcun altro sarebbe potuto andare. Forse Yara doveva incontrare qualcuno che già conosceva. Ma Bossetti e Yara si conoscevano? I tabulati telefonici negano questa eventualità. Infatti, Yara aveva solo dieci indirizzi sul cellulare, ma ci sono anche fatti misteriosi. Quando il cadavere è stato ritrovato, il telefonino era sparito, mentre nella tasca di Yara fu rinvenuta una scheda telefonica che non pare corrispondere a quella di Yara stessa. Come noto, i telefonini mantengono in memoria più tracce di quante immaginiamo e forse il fatto che il telefonino è scomparso è legato a questa consapevolezza. Ma la scheda era leggibile? E se le schede erano due, significa che Yara nascondeva un segreto?

Al di là di questo, ricorre nelle frequentazioni via Internet di Bossetti una certa tendenza a frequentare siti e programmi con protagoniste adolescenti. Era un predatore? Però non ha precedenti e la cosa è importante perché la maggioranza dei predatori sessuali ha precedenti. Comunque Bossetti avrebbe potuto essere una personalità suggestionata da figure di adolescenti che corrispondevano in qualche misura alle sue attività di seduzione.

Quante ragazzine si sentono lusingate dalle attenzioni di un adulto?

Quindi la corrispondenza tra una ragazzina minorenne e un adulto potenzialmente violento potrebbe essere la chiave di lettura di questa vicenda. Forse chi può dire qualcosa è la famiglia di Yara, che ha tenuto un encomiabile silenzio. Ma qualche dettaglio getta almeno una luce di curiosità sui fatti. Quando Yara risultava ancora scomparsa, il padre è sembrato fare intendere che Yara era scappata con qualcuno che conosceva: «Fatevi sentire». Un plurale alquanto strano. Insomma, in questo accostamento tra la psicologia della vittima e quella del carnefice sta la chiave su cui occorre ritornare, anche se appare faticoso. D’altra parte la psicologia dell’adolescenza è un magma misterioso che tuttavia è indispensabile scandagliare.

Redazione

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