Angelino il sopravvissuto dà la colpa ai giornali

Gli cadono intorno a uno a uno come i dieci piccoli indiani. Nunzia De Girolamo, Tonino Gentile, Maurizio Lupi, persino Gaetano Quaglia-riello, rimosso nel passaggio Letta-Renzi. Lui, invece, sta. Angelino Alfano frange le onde come quelle statue di vergini sulle prue delle navi. Al massimo, il nostro, si bagna: quando riesce il sole, miracolosamente, è ancora ministro. Poi guarda gli amici caduti sotto la tempesta e non sa darsi pace. Fino a ieri, però, quando ha scoperto il problema: i giornali e le tv. Dico “una cosa scomoda”, ha annunciato alla platea Ncd riunita a Rivisondoli (L’Aquila): “I grandi giornali e le grandi tv non parlano delle cose che accadono ad alcuni e tendono a oscurare noi se facciamo bene. Il vero problema è l’informazione: se un problema riguarda il Pd la chiudono in 24 ore, si ricordano di essere liberi solo quando attaccano noi”. Ovviamente la cosa sarebbe risolta “limitando la pubblicazione delle intercettazioni”, ha spiegato recuperando un mantra dei tempi di Silvio: “La vera separazione delle carriere non è tra pm e giudici, ma tra i pm e i giornalisti. La Camera faccia presto”.

Alfano2

Purtroppo per il ministro, se si interpretano letteralmente le sue parole, il problema sembra essere che la stampa non è libera quando parla del Pd, non certo che faccia male a criticare Ncd. Tant’è. Il difetto di coerenza logica nei discorsi non è il suo difetto peggiore e di motivi per per cacciarlo da quando sta al Viminale – tacciamo, per amor di brevità, del periodo da Guardasigilli – ce ne sono a bizzeffe, persino al netto delle gaffe, pure notevoli: fu Alfano, per dire, ad anticipare su Twitter che l’assassino di Yara Gambirasio era stato arrestato (i pm non la presero bene, volevano tenere ancora la cosa segreta); sempre lui, dopo l’omicidio di tre bambine a Lecco, andò in tv a promettere caccia senza tregua agli assassini, proprio mentre la madre confessava. Come detto, c’è ben altro: ecco il catalogo di un ministro ridicolo (e dannoso).

Il rapimento Shalabayeva e le menzogne alle Camere

Nella notte tra il 28 ed il 29 maggio 2013 la polizia fa irruzione in una villetta di Casal Palocco, a Roma: gli agenti fermano Alma Shalabayeva e la piccola Alua, moglie e figlia del dissidente kazako Muktar Abliazov, e le riconsegnano nel giro di poche ore nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev, buon amico di Berlusconi e omaggiato di una visita pure da Matteo Renzi. Una sentenza della Cassazione, in autunno, ha certificato che l’operazione fu del tutto illegittima e condannato l’Italia a risarcire i danni alle due donne. L’unico ad aver pagato è l’ex capo di gabinetto di Alfano, Giuseppe Procaccini, che si dimise, mentre il ministro andò in Parlamento a sostenere di non aver saputo nulla della cosa: Procaccini, però, ha dichiarato non solo che Alfano era informato del blitz, ma che ne aveva discusso con l’ambasciatore ka-zako e aveva definito Abliazov “una grave minaccia”.

Il ministro della trattativa Stato-ultrà: il caso Genny

È la sera del 3 maggio 2014 quando sugli schermi dei televisori italiani compare l’immagine di un signore, indosso una maglietta di solidarietà con l’omicida dell’ispettore Fausto Raciti, che – a cavalcioni della balaustra della Curva Nord -tiene in ostaggio lo stadio Olimpico di Roma. Quel signore è Gennaro De Tommaso, detto Genny ’a carogna, e in quel momento sta aizzando la folla alle sue spalle mentre spiega a quelli della Figc che se il calciatore Marek Hamsik non va a parlare con lui, la finale di coppa Italia tra Fiorentina e Napoli non sarebbe mai iniziata. Così avvenne, come certifica una sentenza del Tribunale del Riesame: per non aizzare ancora gli animi dopo che il tifoso napoletano Ciro Esposito era stato colpito a morte per strada, gli ufficiali di pubblica sicurezza “si inducevano a organizzare l’incontro”. Peccato che Alfano non lo sappia: “La trattativa tra Stato e capi ultrà non sta né in cielo né in terra”, twittava il giorno dopo.

Le manganellate agli operai: altre bugie al Parlamento

A fine ottobre centinaia di operai della ThyssenKrupp manifestavano a Roma, nei pressi della stazione, per chiedere un accordo che fermasse 537 licenziamenti minacciati dall’azienda a Terni. Senza alcuna ragione come dimostrano le riprese tv un funzionario di polizia diede

l’ordine di caricare quei lavoratori coi manganelli. Alfano, in Parlamento, giustificò la cosa così: il corteo voleva bloccare la stazione Termini; agli operai era già stato detto di fermarsi; alcuni hanno tentato di infilarsi in vie secondarie per sfuggire alla polizia. Come hanno raccontato i testimoni, e confermano le immagini, sono bugie.

Addio Mare Nostrum, Triton però produce solo più morti

L’immigrazione è croce e delizia per Alfano. Dopo la strage del novembre 2013 – poco meno di 400 vittime a poche miglia da Lampedusa – Letta e Alfano scandirono in coro: “Mai più”. Ne nacque “Mare Nostrum”, operazione con cui la marineria italiana recuperava i barconi dei migranti e li scortava in salvo: i numeri sono stati lusinghieri (140mila persone salvate), ma la cosa costa soldi e non porta voti. Ci deve pensare l’Europa, cominciarono allora a dire Renzi e Alfano. Alla fine la montagna delle parole – già in èra ren-ziana – partorì il topolino: Triton, operativa dal 1 novembre, pattugliamento in mare organizzato dall’agenzia Ue Frontex, ma solo entro 30 miglia dalle coste europee. Praticamente inutile, eppure così Alfano ne parlava a dicembre: “Abbiamo ottenuto un importante risultato: per la prima volta l’Europa scende in mare, presidia la frontiera, ci mette navi, uomini e elicotteri”. A febbraio, però, quattro barconi sono naufragati nel canale di Sicilia: 300 tra morti e dispersi in un colpo solo. Dice Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri: “Su Triton ci aspettiamo un sostegno maggiore dall’Ue”.

Vicenda De Eccher, la rete degli “uomini di Alfano”

Negli atti dell’indagine fiorentina “Sistema”, ci sono le tracce della rete creata da Alfano nel sottopotere romano. C’è -1’ abbiamo raccontato ieri – la storia della ditta di costruzioni Rizza-ni De Eccher. Il titolare – colpito da una interdittiva antimafia – si rivolge a Francesco Cavallo, manager ciellino vicino a Maurizio Lupi. Quest’ultimo si attiva e chiama il ministro, poi riferisce a De Eccher: “Ho parlato con Lupi e aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino”. L’avvocato è Andrea Gemma, nominato in quota Alfano nel cda di Eni. Lo dice lo stesso Cavallo, al telefono, aggiungendo che pure Salvatore Mancuso, nominato nel cda Enel, è uomo del ministro. Non solo: anche Dario Lo Bosco, presidente di Rfi del gruppo Ferrovie, viene descritto come appartenente alla “cordata di Alfano”.

Redazione

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