I genitori del copilota soli nel prato «Gli altri parenti non li volevano»

LE VERNET La donna al finestrino ha gli occhi cerchiati di rosso. Intorno alle 11 il pullman viene preso in consegna dalla gendarmeria locale all’altezza del centre des vacances La Val Fleuris, la valle in fiore, e si ferma a metà tornante. La signora si accorge della presenza di altre persone sul ciglio opposto della strada. China la testa, fruga nella borsa, fa cenno di avvicinarsi. Appoggia al vetro una pagina strappata di giornale. Sul bordo bianco ha scritto una frase a pennarello. «Mio marito è stato ucciso». Alcuni annuiscono con la testa, altri cercano di distogliere lo sguardo, cos’altro puoi fare. Lei scoppia a piangere, picchia con il pugno sul sedile davanti. Il rimmel cola sulle guance. Al centro della fiancata del pullman c’è una scritta enorme e colorata. «Noi vi offriamo le migliori vacanze del mondo».81899

L’antefatto del mattino è questo. Adesso, ore 16.15, siamo davanti a questo pascolo pieno di sterco di mucca che chissà perché sembra diventato un buco nero, l’unico luogo in grado di risucchiare tutto questo dolore, esorcizzarlo, più per gli altri, per chi assiste davanti alla tv, che per chi lo subisce. I familiari delle vittime arrivano preceduti da moto e auto della Gendarmerie, l’intera area è delimitata da transenne che hanno l’unico scopo di tenere lontani gli altri, isolare queste persone che vengono sorrette e tenute per mano mentre scendono i tre gradini del pullman. Camminano spaesati, guardandosi intorno, trasportati dalle loro case in questa gola circondata da montagne che mai come oggi appare fredda e ostile. Sono 250, meno dei 400 previsti, molti non se la sono sentita.

Tutto è cambiato, proprio mentre questi uomini e donne salivano sull’aereo. Il loro dolore non è più la notizia principale. Il dolore non può unire neppure loro che ne sono vittime, perché non è vero che la morte è sempre uguale, sapere che tuo figlio e tua madre o tuo marito sono morti in una disgrazia è un conto, scoprire all’improvviso, in viaggio verso una piccola consolazione, che sono stati ammazzati è qualcosa che non lascia margine, non concede pietà. Quando i sette pullman colorati ripartono verso l’aeroporto di Marsiglia, non si muove nessuno. I gendarmi che circondano la baita diconoche l’attesa sta per finire, «tra poco ci sarà anche la famiglia del copilota» e non c’è bisogno di aggiungere altro.

I genitori di Andreas Lubitz arrivano alle 18.10 con la seconda comitiva, se è possibile chiamarla così, quella dedicata all’equipaggio del volo 4U9525, un solo pullman, e dietro, a qualche metro e un minuto di distanza, un furgoncino. Al mattino erano con gli altri parenti delle vittime, erano come gli altri. L’hanno saputo sul pullman. Pensavano di dover piangere un figlio morto in un incidente inspiegabile, hanno scoperto che invece si è suicidato e nel farlo ha tolto la vita ad altre 149 persone, colleghi, amici, bambini, studenti, anziani. Il capo dell’unità di crisi della Lufthansa li ha fatti scendere per infilarli nella berlina nera sulla quale sono giunti fino all’ingresso della camera ardente di Seyne-les-Alpes, la prima tappa di una giornata atroce, dove sono stati protetti e scortati come criminali all’uscita da un tribunale, uguali nel dolore di tutti ma all’improvviso diversi da tutti gli altri, colpevoli senza esserlo.

Quando scendono i gendarmi e gli uomini della Lufthansa li coprono con i loro corpi, scortandoli sul prato dove sono stese le bandiere spagnole, tedesche, inglesi. Da una parte ci sono i familiari dei membri dell’equipaggio, dall’altra queste due figure indistinguibili nel buio del tramonto. Di fronte hanno una stele improvvisata sulla quale è inciso anche il nome di loro figlio, insieme a quello delle altre vittime. Il gruppo più numeroso si inoltra nel prato, verso il punto più vicino allo sperone di roccia che nasconde i resti dell’Airbus e dei passeggeri. Fanno per incamminarsi ma vengono fermati da due assistenti che mettono le mani tese davanti a loro come fossero le sbarre di un passaggio a livello. Aspettate, prima gli altri. Abbassano le

mani solo quando i parenti sono avanzati fin quasi a metà, distanti almeno 50 metri. Ripartono tutti che è buio. Prima il pullman, dietro il furgoncino.

«Brutto, crudele, ma non si poteva fare diversamente» dice Joel Balique, la moglie del sindaco di Le Vernet che si è presa il compito di aprire la piccola cappella per i pochi che avevano voglia di raccogliersi in preghiera. «C’era troppa rabbia, alcuni parenti non li volevano». A sera tardi davanti alla camera ardente di Seyne-les-Alpes ritroviamo la signora del foglio di giornale, una dei pochi che trova la forza di uscire dal sentiero che le è stato imposto. Si chiama Maria Rives, moglie di Manuel, padre dei suoi tre figli. «Cosa siamo venuto a fare?» si chiede. «Sono partita per vedere le ultime cose che ha visto mio marito. Ho dovuto guardare da lontano la scena di un delitto». Quell’uomo è un assassino, aggiunge con il dito alzato prima di risalire sul pullman. I genitori di Andreas Lubitz invece restano qui. Oggi verranno sentiti dal magistrato e dai gendarmi. In Germania, davanti alla loro casa, ci sono auto della Polizia. Sopravvivere a un figlio è qualcosa che un padre e una madre non dovrebbero mai vivere. Per loro questo è il primo giorno di una vita peggiore della morte, dove non ci sarà perdono.

 

Redazione

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