Trapianto cuore morto “In Italia è impossibile”

Huluseyin Ulucan si sbottona la camicia. Di fronte alle telecamere della Bbc mostra la cicatrice, ancora rossa, che gli è rimasta sul petto. Ha subito un trapianto di cuore, ma il nuovo organo, per la prima volta in Europa, è stato rimosso da un corpo senza vita. “È qui”, dice Huluseyin indicando il torace. E l’aspetto più affascinante di questa storia è che a raccontarla sia proprio Ulucan.

MECCANICO che quartiere a nord di Londra, ha 60 anni e soffriva di una grave cardiopatia. La moglie, accanto a lui, spiega che era la loro ultima occasione. A circa due settimane dall’intervento, Ulucan sembra stare bene: “Prima riuscivo a malapena a camminare -spiega -, la mia vita era difficilissima. Ora mi sento ogni giorno più forte e oggi sono andato a piedi in ospedale”.FRANCE-HEALTH-MEDECINE-HOSPITAL-SURGERY-FEATURE

Non è la prima volta che il cuore di un uomo morto è impiantato in un paziente. Altri due trapianti erano già stati realizzati con esito positivo in Australia e Stati Uniti. Questa volta, l’intervento si è svolto al Papworth Hospital, contea del Cambridgeshire, nel Regno Unito. “Abbiamo monitorato il cuore pulsante per circa 50 minuti – ha spiegato Stephen Grande Large, alla guida dell’équipe che ha eseguito l’intervento – e dopo tutti i controlli abbiamo stabilito che era in ottime condizioni”. Il cuore è stato quindi rimosso e trasferito in una macchina. Lì è stato alimentato e ha pulsato per altre tre ore prima del trapianto. Insomma, si era fermato e ha ripreso a battere.

L’estrazione è avvenuta, infatti,

a “cuore non battente”: è questa la miglior perifrasi per indicare quel cuore rimosso che, dopo cinque minuti dal momento in cui ha smesso di battere, può essere inserito nella macchina che lo riattiva. Una definizione che si discosta dall’immagine del “ cadavere” che si è diffusa e che, anzi, pone l’attenzione sul tempo intercorso tra la morte e il prelievo dell’organo. In Italia, ad esempio, la morte viene di chiarata dopo 20 minuti dall’arresto cardiaco.

“C’è poi il rischio che si generi un altro grosso equivoco: che i morti cerebrali non vengano considerati morti e quindi si limiti il prelievo di organi”. Mauro Salizzoni, 67 anni, professore ordinario di Chirurgia generale all’Università di Torino e direttore del Centro trapianti del fegato all’ospedale Molinette, mette subito in chiaro alcune cose. In Italia sarebbe difficile applicare una tecnica come quella sperimentata a Cambridge. “Non credo ci siano problemi dal punto di vista etico -spiega Salizzoni al Fatto -. Una morte cerebrale è uguale all’altra, quella in cui il cuore si ferma. La differenza è che in un paziente deceduto e intubato i polmoni continuano a funzionare e così anche il cuore, che può essere prelevato e impiantato senza problemi. Nel caso in cui invece il cuore si sia fermato, come nel caso inglese, deve essere tenuto in funzione”. Salizzoni spiega anche che in Italia le condizioni sono diverse. “La morte viene registrata dopo venti minuti di elettrocardiogramma piatto. In altri paesi non si aspetta tutto quel tempo. Venti minuti possono essere letali per il cuore: rischia di non ripartire più. Invece se viene prelevato prima le chance aumentano”.

LA SCOPERTA inglese apre nuove prospettive soprattutto perché gli organi sono pochi e le persone che ne hanno bisogno sono molte. Gli esperti dell’ospedale di Papworth hanno spiegato che la tecnica potrebbe aumentare il numero di cuori disponibili almeno del 25 per cento. “Tuttavia la stragrande maggioranza arriva da morti cerebrali – precisa Salizzoni – e se passa l’idea che le due morti siano diverse, si può generare un equivoco: che i morti cerebrali non vengano considerati morti e quindi si limiti il prelievo di organi”. E in Italia sarebbe possibile questo tipo di prelievo? “Possiamo solo immaginare cosa accadrebbe nei nostri pronto soccorso in un momento in cui non viene assunto nessuno e non ci sono infermieri. All’arrivo di una persona cerebralmente morta si creerebbe un bailamme, con i rianimatori sottoposti a stress enormi. Uno sforzo organizzativo immenso per ottenere pochi organi utilizzabili. La soluzione migliore è far sì che i cittadini siano più disponibili a donare. Nel 30 per cento di casi di morte cerebrale, i familiari si oppongono. Se si recuperasse quel 30 per cento si darebbero più speranze a molte persone”.

Redazione

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