Stefania Sandrelli, vi racconto la mia grande famiglia

Stefania, bellissima come sempre, ci attende seduta sul suo enorme divano bianco. Odia sentirsi definire «icona del cinema italiano», ma nel vederla la mente ripercorre inevitabilmente la straordinaria carriera che l’ha vista diretta dai più grandi maestri del cinema, italiano e non: Germi, Monicelli, Scola, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Pietrangeli, Lizzani, Chabrol, Bigas Luna, Manuel De Oliveira. Tecnicamente pensionata (ha infatti già maturato il diritto al vitalizio), continua a lavorare freneticamente. Ha appena finito di girare per Mediaset «Non è stato mio figlio», e dal 12 aprile per otto puntate sarà in onda su Raiuno con l’attesissima terza stagione di «Una grande famiglia».

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Come spiega il successo di questa fiction?

«È un prodotto televisivamente semplice, che prende tutti. Dal ragazzo alla signora anziana, alla madre di famiglia, ma soprattutto è fatto con molto impegno e attori scelti bene, facce giuste per il contesto. In una storia ci vogliono persone che aderiscano al personaggio anche fisicamente. Questa terza stagione, poi, è particolarmente riuscita, meno cupa della precedente. Chiude tutti i capitoli aperti finora, anzi credo proprio che la saga si concluda definitivamente».

La famiglia è un tema ricorrente dei suoi film,

«Già, ho avuto la fortuna di fare uno dei film più belli di Ettore Scola, “La famiglia”, ma anche la famiglia tutta al femminile di “Speriamo che sia femmina” non era male. Quando il regista Riccardo Milani mi ha chiamato per propormi il ruolo in “Una grande famiglia” mi ha detto: “Stefania, tu te ne intendi di questa roba”».

Forse perché anche la sua vera famiglia era particolare.

«Eravamo una famiglia piccolo borghese. I miei erano grandi lavoratori.

Si viveva bene. I Sandrelli gestivano a Viareggio la “Pensione Sandrelli” che poi, per volontà di mio nonno, divenne anche ristorante “Zi’ Pietro”. Io vivevo in questa grande casa patriarcale con il nonno, i suoi figli e le rispettive famiglie. Ero una principessa perché ero l’unica femmina in un mondo di sette maschi. Mio nonno mi adorava. Anche il personale viveva lì: c’erano il factotum Gary, il cuoco Diomidio e nonna Giuseppina, che io chiamavo così per affetto».

Fra tutti, Gary è stato una figura fondamentale.

«Già, Gary è il secondo marito di mia madre, che mi ha seguita da Viareggio e da anni vive con me. Gli uomini della miavita passano, lui resta Gary sta per Garibaldi ed è entrato nella mia vita più di 60 anni fa lui ne aveva 20, io sei. Lo portò in casa mio nonno Pietro. Era orfano di padre e di madre e da allora è rimasto. Ha cresciuto me, i miei figli e adesso sta crescendo anche i miei nipoti. Gary per me è più di un padre. Io ho perso papà a otto anni, e lui era già in casa Stravedevo per lui. Mentre i miei zii erano molto severi, avevo in Gaiy la figura che mi ha accompagnato nella mia crescita».

Di suo padre ha dei ricordi?

«Molti. Papà era un uomo bellissimo, che parlava sempre sottovoce, al contrario di me. Avevamo una casa molto bella in stile liberty con delle vetrate immense. Era dottore in Agraria, un uomo gentile che vedeva lontano.

Sensibile, forse troppo, perché non sempre la convivenza con gli altri Sandrelli era facile. Papà si occupava dell’amministrazione, ma aveva uno spirito artistico e nessun pregiudizio verso il mondo dello spettacolo. Lui è quello che ha fatto studiare musica a mio fratello maggiore Sergio 0scomparso nel 2013 dopo una lunga malattia, ndr) e che voleva che io diventassi ballerina Ma coi Sandrelli non c’era verso: o ti tiravi su le maniche e ti sporcavi le mani o eri guardato male. Quando mio padre morì mia madre lasciò la casa e andammo via Avevo 10 anni».

La leggenda racconta che uni fotografo la immortala quindicenne in spiaggia, la foto Unisce sulla copertina di «Le ore» (rivista che all’epoca si occupava di attualità cinematografica e culturale) e da lì arriva la chiamata di Pietro Germi per «Divorzio all’italiana».

«Nella mia vita è successo tutto a 15 anni (ride): le riviste, il cinema, rincontro con Gino Paoli… Non pensavo di fare il cinema, ma lo amavo. Me lo ha fatto conoscere Sergio, più grande di me di sette anni. Era con lui che io andavo a vedere i film, lui mi spiegava, mi ha instradata. Sergio era un cinefilo assoluto, il mio primo regista. Ho ancora dei filmini Superotto che giravamo insieme. Quando mi chiamò Germi, che aveva visto le mie foto, e mi chiese se volevo partecipare a un provino con Marcello Mastroianni, nessuno in casa voleva che andassi a Roma. Fu mio fratello, allora già maggiorenne, che si offrì di accompagnarmi. In un certo senso il cinema mi ha salvata perché avrei voluto fare la ballerina e probabilmente non ce l’avrei fatta n cinema mi ha colto prima…».

Gassman, Tognazzi, Sordi e Manfredi sono i «colonnelli» del nostro cinema. In un ideale quartetto femminile con la Sandrelli chi metterebbe?

«Devo essere sincera? Mi identifico più con le giovani che con quelle del passato. Ai miei tempi c’era il divismo, lo star System totale, i contatti erano pochi. C’era SophiaLoren, c’era Claudia Cardinale, la Lollobrigida, ma erano tutte dive mentre io scappavo da questa etichetta. Invece ho legato con molte straniere: Susan Sarandon, Fanny Ardant, Dominique Sanda e Penelope Cruz, che tenni praticamente a battesimo. Mi piace confrontarmi con persone al mio livello. Ogni volta che ho lavorato con un attore più bravo di me sono cresciuta anch’io».

Con quale regista ha legato meno?

«Claude Chabrol. Rimasi molto delusa da lui. Mi chiamò per girare “Les magiciens” (uscito in Italia col titolo di “Profezia di un delitto9*, ndr). Giravamo a Djerba, in Tunisia e andai in punta di piedi come colei che entra nel tempio della “Nouvelle Vague”, ma lui giocava sempre a scacchi. Se ne infischiava degli attori! Mi sentii abbandonata, io devo avere una specie di cordone ombelicale col regista. Ci rimasi malissimo. Lui dopo l’ha saputo e mi ha chiesto scusa».

Per il suo debutto da regista (nel 2010, con «Christine Cristina») ha avuto le musiche di Sting.

«È stato un incontro fortunato. Lo conoscevo attraverso amici comuni. È venuto varie volte a casa mia e ho dovuto “difenderlo” dai miei figli, all’epoca adolescenti, che mi chiedevano di invitare i loro amici fan. Quella canzone me l’ha data gratis. Un regalo magnifico».

Ha mai avuto paura del declino?

«No. Nei primi Anni 80 ci sono stati alcuni copioni minori, ma ho capito che ero il termometro del cinema italiano: non era colpa mia se lavoravo poco, era colpa del cinema In quel periodo ho fatto dei film con Vanzina, ma comunque in ruoli carini, giusti per me. Io non sono mai stata classista, non credo nei film di Serie A e di Serie B. Faccio le cose in base ai miei desideri. Anche

“La chiave” l’ho desiderato moltissimo: pensi che lo feci per soli 50 milioni di lire. Tinto Brass mi aveva proposto una percentuale sugli incassi ma io rifiutai. Non ho mai cercato di arricchirmi, sono sempre stata una da “pochi, maledetti e subito”. A proposito de “La chiave”: sa che ho rubato dall’Istituto di cultura giapponese il libro di Tanizaki da cui il film è tratto?».

Oddio, non mi faccia scoppiare un caso diplomatico col Giappone!

«Ancora l’aspettano! (ride a crepapelle, ndr). Ho detto: “Lo riporto, lo riporto”, ma mi sono dimenticata Non lo trovo più».Nel frattempo rincasa Giovanni Soldati, compagno di Stefania, con Rocco e Francisco, i figli di Amanda Sandrelli. «Questo weekend stanno con noi» dice orgogliosa Stefania. «A proposito, non mi chiede di Giovanni? È zuccone eh, ne ho viste poche di teste dure come la sua, però è molto carino. Stiamo insieme da 35 anni. Meno male che ho cominciato presto con gli uomini!» (ride).

Redazione

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