Airbus 320 dopo la strage polemiche sulla sicurezza

Quando si parla di viaggi è un classico. C’è sempre quello che salta su e dice: «Ho paura dell’aereo». Da qualche giorno, dopo Che Andreas Lubitz ha aspettato di rimanere solo ai comandi di un Airbus 320, si è barricato in cabina e ha portato 144 passeggeri e cinque membri d’equipaggio a schiantarsi con lui sui contrafforti delle Alpi francesi, si fa strada una fobia nuova: «Ho paura del pilota», confessa qualcuno. Come in una folgorazione si scopre che a guidare la macchina volante, a salutare i passeggeri in tre lingue diverse, ad avvisarli di una turbolenza e a ringraziarli prima ancora di aver toccato terra, non è un semidio in divisa blu, ma un uomo come tutti gli altri. Con le emozioni, le debolezze e le fragilità di tutti gli altri uomini.C_4_video_2052868_upiThumbnail

E forse più di tutti gli altri esposto al crollo. Al crack emotivo di chi è quotidianamente esposto a carichi di responsabilità enormi. I controlli sono severissimi ovunque, in Italia in particolare, ma un bel giorno, in barba a tutte le procedure di sicurezza e visite mediche, ai test tossicologici e alle prove di idoneità, senza nessun preavviso, qualcuno alza bandiera bianca e si arrende allo stress. «Se per qualsiasi ragione il pilota non è in condizioni di volare ha l’obbligo di comunicarlo alla compagnia», dichiara Marco Nanni, comandante di linee private oggi in pensione. «Il problema è che una volta eravamo una categoria privilegiata al riparo da scossoni societari, licenziamenti, tagli di personale e al minimo problema la compagnia ti metteva a disposizione uno staff di psicologi. Oggi, dopo l’avvento dei voli low cosi, è tutto un altro mondo. Non si salva nessuno e in un clima di precarietà totale, tutti, per paura di perdere il lavoro, soprattutto i giovani, cercano di nascondere il problema e tirare avanti. Finché riescono».

QUANTI EPISODI LEGATI A UN BICCHIERE DI TROPPO

Andreas Lubitz non è il primo a decidere di farla finita (vedi il riquadro con tutti i precedenti) mettendo in esecuzione un piano spaventosamente lucido e crudele. Ma il disagio della categoria affiora anche da tanti altri segnali. L’abuso di alcol è uno dei più frequenti. Poco male se tra l’equipaggio c’è qualcuno che dà l’allarme, come è successo per il pilota di United Airlines finito in manette all’aeroporto di Londra Heathrow prima del decollo per Chicago; o per un comandante di Flabe, fermato il 30 ottobre scorso in uno scalo della Cornovaglia mentre saliva a bordo in condizioni di evidente alterazione; o per il collega di American Eagles preso in consegna dalla polizia di Minneapolis per un bicchiere di troppo. Ma non sempre succede. Due incidenti avvenuti in Russia, nel 2008 sugli Urali (88 morti) e nel 2011 a Petrozavodsk (44 morti), sono stati ehiusi dalle autorità di Mosca con un identico verdetto: i piloti erano ubriachi. Alcol, ma non solo. Ognuno si distrae a modo suo. Le autorità canadesi hanno denunciato l’uso degli schermi in plancia comando per la proiezione di film porno. E le telecamere a bordo di Cathay Pacific hanno dimostrato, con abbondanza di particolari, le effusioni di un pilota e di un’assistente di volo. C’è anche ehi vince lo stress eoi più tradizionale dei rimedi, il sonno. Peccato che il 28 giugno scorso pilota e copilota di un volo di Bruxelles Airlines abbiano scelto per addormentarsi lo stesso momento.

SONO INTERVENUTI I CACCIA MILITARI

Non rispondevano alle chiamate da terra e perché si svegliassero hanno dovuto essere affiancati da un caccia francese. Allarme rosso anche per un Boeing indiano, che nello spazio aereo turco aveva perso di eolpo 1.500 metri di quota. Il comandante dormiva e la copilota ha ammesso candidamente di essersi distratta col suo tablet. «Noi piloti siamo una categoria invidiata, ma pochi si rendono conto della vita che facciamo», confida sempre in forma anonima il pilota di un’altra linea aerea. «Cambio di fusi orari, sbalzi climatici, vita privata a zero, livelli sempre elevatissimi di attenzione e responsabilità possono produrre forti scompensi in chiunque. Basta un contraccolpo sul piano sentimentale, un’incertezza sul futuro lavorativo, e anche la persona emotivamente più solida può ritrovarsi in difficoltà. La nostra vita è dura e lo è sempre di più». Lo confermerebbe un’inchiesta dell’Associazione nazionale britannica dei piloti di aviazione (Balpa), secondo cui il 50 per cento degli intervistati denuncia un perenne stato di stanchezza, mentre uno su cinque avrebbe avuto un colpo di sonno alla cloche almeno una volta nella sua carriera. È andata ancora peggio eoi loro colleghi tedeschi che in percentuale del 92 per cento hanno risposto a un questionario dell’associazione europea piloti di aver guidalo un aereo anche se erano troppo stanchi per farlo. L’incidente di Germanwings, secondo Fabio Peppucci, comandante di Airbus 320 e direttore tecnico di Anpac (Associazione nazionale professionale aviazione civile), dovrebbe offrire lo spunto per una riflessione più ampia: «Il trasporto aereo in questi decenni ha fatto progressi enormi sul piano tecnologico», spiega, «mettendo in servizio macchine sempre più sofisticate. Forse ci si è dimenticati del fattore umano. I piloti sono rimasti quelli che erano. E a loro che oggi dobbiamo rivolgere tutta l’attenzione. A partire dai limiti di impiego, che indicano un tetto massimo di sei giorni continuativi fino a 13 ore al giorno. Il problema è che per qualcuno questo tetto è diventato la base normale di impiego. Che non è sostenibile. Siamo esseri umani, non robot». E proprio in questi giorni l’idea di affidare i comandi a una macchina o a un computer sta facendo proseliti. Ma la smentita più secca arriva dal fronte delle società di trasporto. «Non salirei mai su un aereo con la cabina occupata da un computer», dice un dirigente dell’Aoe, associazione di compagnie aeree, «voglio vedere al comando un uomo che davanti a un problema, a differenza del computer, sa collegare elementi diversi tra loro, ha capacità di giudizio e intervento immediato. Non affiderei la mia vita a uno sconosciuto che guida il mio aereo da terra davanti a una console, voglio un pilota che in caso di incidente avrebbe il mio stesso destino».

Redazione

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