Cindy Crawford torna sul set vi sveliamo i segreti del Backstage

Tremate, le streghe son tornate. Dove per strega non s’intende la vecchia megera, ma una creatura semidivina in grado di ammaliare chiunque incroci il suo sguardo. Senza pietà. Son tornate: Linda Evangelista per Moschino, Carla Bruni Sarkozy per Bulgari, Christy Turlington per Apple. E persino la prima di quella leggendaria compagine di bellezza ultraterrena, eponimo dell’ideale femminile degli anni 90, dopo aver annunciato nel 2000 l’intenzione di appendere tacchi ed extension al chiodo, ha deciso di rinfilarsi capi d’alta moda e posare di nuovo, come solo lei sa fare. Cindy delle meraviglie, il neo con la donna intorno, e che donna!, più famoso del mondo dopo Marilyn, colei che nell’ultimo decennio del secolo scorso, complice certo il chiacchieratis-simo matrimonio con Richard Gere, collezionò qualcosa come 500 copertine, tralasciando quelle di gossip.Cattura

«Chi ha avuto la fortuna di lavorare nel fashion system in quegli anni sa bene il perché di tanto successo», spiega Michela Gattermayer, vicedirettore moda di Gioia! e tra le più influenti giornaliste di moda italiane. «Tu uscivi dalla sfilata di Gianni Versace, l’unico che era in grado di metterle tutte insieme, con la sensazione di aver passato una mezz’ora della tua vita su Marte. Guardavi Cindy e le altre domare la passerella e stavi male per overdose di bellezza, la loro e degli abiti. Conoscendole poi da vicino, sul set di qualche shooting fotografico, scoprivi spesso un carattere semplice e la voglia di non prendersi troppo sul serio. Certo con le dovute eccezioni… La stessa Cindy, con cui realizzai un paio di servizi, aveva un approccio semplice, normale. Paradossalmente era più facile interagire con loro che con alcune modelle di oggi. Non c’era Internet, né Instagram, né blog, i giornali erano, insieme con le sfilate, l’unico strumento per farsi conoscere. Le top avevano bisogno di noi, perché una copertina poteva fare la differenza. Non che ora non sia più così, ma il Web è diventato fondamentale per imporsi. Cara Delevingne, ad esempio, deve gran parte della sua fortuna ai social».

Non è l’unico cambiamento strutturale che il sistema moda ha conosciuto in questo paio di decenni. Anche il modo di lavorare sul set si è radicalmente trasformato. «Un tempo, un dietro le quinte come quello che vedete in queste pagine non sarebbe stato possibile. Non essendoci Photoshop a risolvere i problemi, sfruttare al massimo la luce naturale era essenziale. Per uno shooting al mare, ci si svegliava alle 4 del mattino per essere pronti a scattare alle 6, in modo da catturare il bagliore dell’alba ed evitare i curiosi. Per proteggere la privacy i grossi giornali affittavano e chiudevano chilometri di spiaggia intorno. Giravano tanti di quei soldi che tutto era possibile, anche costruire intere scenografie che venivano smantellate il giorno dopo».

«Era l’ultimo atto di un tempo leggendario, dove attraverso il servizio di moda c’era la volontà di creare qualcosa di unico», ricorda Gian Paolo Barbieri, tra i maestri assoluti della fotografia italiana. «Il digitale e Photoshop hanno drasticamente abbassato il livello qualitativo, oggi apri un giornale e fai fatica a distinguere un fotografo dall’altro. Scatti e se ti piace la tieni, se no la butti, senza capire gli errori che hai fatto. Io sono rimasto fedele alla pellicola, alla costruzione maniacale del set, delle luci, dei pannelli riflettenti, rifiutando l’idea che tanto poi c’è Photoshop che aggiusta tutto. Fortunatamente, dopo la grande abbuffata, dopo anni di appiattimento, mi sembra che ci si stia stancando di tutte quelle facce levigate, di quegli obbrobri che il ritocco selvaggio genera, di quelle luci fasulle. I giovani stanno riscoprendo il nostro lavoro, le tecniche di un tempo. Si ha voglia di riscoprire la bellezza, l’ec-cezionalità. Si ha voglia di tornare a fare arte. Un messaggio che spero gli stilisti vogliano condividere: a un certo punto furono loro a chiederci di semplificare, ovvero banalizzare, per portare al centro dell’immagine l’abito».

Che se indossato da modelle come la Crawford, in secondo piano ci finisce per forza. «Vero, magari lo guardi dopo, ma lo guardi», conclude Gattermayer. «Un vestito è fotogenico se rappresenta perfettamente la tendenza del momento o se è in grado di anticiparla. Oppure, se è qualcosa di unico e non copiabile tanti sono i dettagli, anche solo sartoriali». O ancora, aggiungiamo noi, se, come quelli addosso a Cindy, restituiscono senza trucchi o inganni la malìa di una fotonica strega di 49 anni.

Redazione

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