Trifone e Teresa: Trovate scritte minacciose a casa della coppia

Il vero obiettivo del Killer era Trifone: l’ipotesi è che abbia amato I la donna di un uomo pericoloso’ e che per questo motivo dovesse essere eliminato”. Ce una nuova, clamorosa novità nel duplice delitto di Pordenone. Dietro a questo sconvolgente giallo, che da tre settimane sta tenendo tutta l’Italia con il fiato sospeso, ci sarebbe un movente passionale. La pista della vendetta nei confronti di Trifone Ragone è al momento la più battuta dagli inquirenti. Nei giorni scorsi, infatti, è stato ascoltato un pregiudicato di origini russe, “picchiatore su commissione”, che potrebbe conoscere la verità sulla tragica fine di Trifone, 28 anni, originario di Monopoli, in provincia di Bari, e della sua fidanzata Teresa Costanza, 30 anni, nata ad Agrigento ma cresciuta a Milano, dove si era laureata alla prestigiosa Università Bocconi. La coppia è stata assassinata lo scorso 17 marzo nel parcheggio di una palestra di Pordenone con cinque colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata.trifone-ragone-teresa-costanza1

Ma chi è questo pregiudicato russo messo sotto torchio dagli inquirenti? Cosa sa del duplice omicidio? Prima di parlarvene è necessario fare un passo indietro e raccontarvi che cosa è successo la tragica sera di martedì 17 marzo. Erano le 19.50 quando l’assassino ha visto Trifone e Teresa avvicinarsi mano nella mano alla loro macchina, una Suzuki modello Alto di colore bianco, parcheggiata davanti alla palestra di Pordenone che entrambi i giovani frequentavano. Sorridevano, sembravano allegri e sereni, inconsapevoli di quello che sarebbe capitato loro di lì a pochissimo. Il killer, appostato da ore, li ha osservati e ha atteso che salissero in auto. Teresa si è messa alla guida e ha inserito la chiave nel cruscotto, il compagno si è seduto al suo fianco ma non ha fatto in tempo a chiudere la portiera: il sicario ha esploso tre proiettili calibro 7.65, colpendolo alla testa e uccidendolo sul colpo. Poi è stato il turno della povera Teresa, freddata con due proiettili al capo e un terzo che le ha sfiorato il labbro, rompendo un finestrino. Un totale di sei pallottole esplose da distanza molto ravvicinata con una pistola e con una tecnica da killer navigato.

La chiave della duplice esecuzione, dicevamo, sarebbe da ricercare in un movente sentimentale. Per questa ragione gli inquirenti continuano senza sosta a scavare nel passato delle due giovani vittime. Nelle ultime ore sta prendendo quota l’ipotesi di uno “sgarro” che Trifone, militare dell’Esercito presso il 132° Reggimento carri della brigata corazzata Ariete di Cordenons, avrebbe fatto a qualcuno. Quest’ultimo, mosso da un brutale risentimento, avrebbe programmato nei minimi dettagli l’eliminazione di Trifone, ma anche della sua bella fidanzata, scomoda testimone di una verità che il compagno le aveva quasi sicuramente confidato. Il movente, dicevamo. È molto probabile che Trifone, un uomo bello, affascinante e, si dice, con un passato da “ragazzo immagine”, abbia fatto perdere la testa alla donna “sbagliata”, poiché già sposata o fidanzata. Il marito o il compagno tradito si sarebbe così vendicato dello sgarro subito. C’è anche un’altra ipotesi, però al momento meno probabile: dietro all’omicidio ci sarebbe la vendetta di una donna respinta. Arrivati a questo punto, però, sorge una domanda: lassassino, freddo e spietato, ha agito da solo o si è avvalso di un killer professionista, cioè di un sicario, che ha ucciso per soldi? Seguiteci, perché una delle possibili risposte la troverete più avanti. Per le modalità con cui si è consumato il delitto della coppia di Pordenone, è probabile che sia Teresa che Trifone conoscessero il proprio carnefice, tanto da non rimanere sorpresi quando il killer si è avvicinato alla loro auto, sulla quale erano appena saliti.

Un altro punto fermo dell’inchiesta riguarda lo scenario in cui è maturato il duplice omicidio: si tratta di un ambiente torbido, frequentato da loschi individui in grado non solo di procurarsi una pistola con proiettili calibro 7.65, ma anche di saperla usare con abilità e freddezza, proprio come il killer che a sangue freddo e in appena dieci secondi ha ucciso Teresa e Trifone. E allora su quali ambienti si stanno concentrando le indagini degli inquirenti? Due in particolare: quello dei locali notturni, che sia Trifone, in qualità di ragazzo immagine, sia Teresa, come barista o ballerina, frequentavano, e quello delle palestre, dove la presenza di pregiudicati, italiani e stranieri, è considerevole. Non è da escludere nemmeno che i due ambienti si intreccino. E proprio in questo contesto che è spuntato il nome del pregiudicato russo di cui vi parlavamo all’inizio. Questo uomo dell’Est, di cui non riveleremo il nome perché al momento non è indagato, nei giorni scorsi è stato messo sotto torchio dagli investigatori. Di chi si tratta? Quali sono i suoi precedenti? Ma, soprattutto, ce un legame tra lui e le vittime? Nato 26 anni fa in Russia, questo misterioso uomo da diversi anni risulta residente a Pordenone. È un frequentatore assiduo del palazzetto dello sport, lo stesso dove Trifone ogni giorno andava ad allenarsi e davanti al quale la maledetta sera del 17 marzo è stato ucciso senza pietà. Da una serie di accertamenti  è emerso che il russo conosceva bene Trifone, con il quale spesso si intratteneva a parlare proprio nello spazio antistante il palasport. A confermare che i due si conoscessero ce anche una fotografia trovata da Giallo che li ritrae insieme, e che pubblichiamo in esclusiva nelle pagine precedenti. Ci sarebbe addirittura un testimone che la sera del delitto avrebbe visto il giovane russo aggirarsi intorno alla palestra.

Il 26enne, da quando si è trasferito a Pordenone, ha “collezionato” uria lunga serie di denunce e condanne penali: sequestro di persona, lesioni, rapina, rissa, ricettazione, detenzione di ana-bolizzanti, porto abusivo d arma e calunnia. Le sue frequentazioni sono più che sospette: ha amici romeni e albanesi, molti dei quali pregiudicati e avvezzi alfutilizzo di armi, sia da fuoco che da taglio. La circostanza è dimostrata da alcune fotografie pubblicate su Facebook che ritraggono gli amici del russo con in pugno diverse armi, tra cui due pistole da professionisti e un coltello (le pubblichiamo nelle pagine precedenti). Il russo, quindi, è un picchiatore “su commissione” (lo si evince da due condanne per altrettanti episodi accertati), che viene assoldato ogni qual volta ci sia da risolvere un “lavoro sporco” cioè consumare una vendetta. Il 26enne, qualche anno fa, era stato reclutato, infatti, tramite un cittadino ucraino, da un 70enne di Pordenone che voleva vendicare gli approcci che un 50enne di Belluno aveva rivolto alla sua compagna. L anziano, dopo aver corrisposto una somma di denaro al 26enne russo, aveva ottenuto quello che desiderava: il pestaggio del rivale in amore.

Il pregiudicato russo, infatti, era andato a Belluno e, armato con un manganello, aveva massacrato di botte il 50enne. Nascosto sotto casa, lo aveva aspettato per diverse ore. La vittima finì in ospedale in prognosi riservata. Ma le “attività illecite” del russo non finiscono qui. In passato i carabinieri del Nucleo investigativo di Pordenone si erano già imbattuti nel “picchiatore” quando accertarono il suo coinvolgimento nel sequestro di un commerciante.

Il 26enne, come emerso da altre inchieste, era di volta in volta assoldato per la riscossione dei crediti proprio perché capace di utilizzare metodi “alquanto persuasivi”, come hanno scritto in una relazione i carabinieri che di lì a poco lo hanno arrestato perché responsabile del pestaggio di un imprenditore. Sempre il 26enne rimase coinvolto in una rapina ai danni di un operaio di 39 anni. Il russo, alle 8 di sera (lo stesso orario in cui sono stati uccisi Trifone e Teresa, una coincidenza?) si era presentato a casa della vittima e a volto scoperto lo aveva picchiato a sangue per un debito non pagato. Il pregiudicato, prima di lasciare labita-zione delloperaio, sottrasse dal suo portafogli 130 euro. Qualche anno fa, invece, era stato coinvolto in un vasto traffico di anabolizzanti (una sostanza chimica, paragonabile a una droga che, se assunta, fa aumentare la massa muscolare e le prestazioni sportive), tra cui Nandrolone e Sustan 100, che dalF Ucraina venivano importati in Italia, per essere poi smistati tra gli atleti del palazzetto di Pordenone.

È qui che ce il primo punto di contatto tra il russo è un altra misteriosa vicenda, sulla quale si sta ancora indagando: lo strano suicidio del bodybuilder (culturista) di fama nazionale Gianfranco Manconi, 38 anni, originario di Bortigali, in provincia di Nuoro, e trovato morto con un colpo di pistola alla testa il 17 febbraio scorso a Bosa Marina, in provincia di Oristano (Sardegna). Latleta professionista, fino a poco prima di morire, aveva vissuto per anni proprio a Pordenone, dove aveva trovato lavoro in un azienda agricola e dove, per arrotondare, svolgeva Fattività di buttafuori in diversi locali notturni. Manconi conosceva bene Trifone Ragone, perché oltre a svolgere la sua stessa disciplina sportiva, il sol-levamento pesi, frequentava tutti i giorni la palestra “Pesistica Pordenonese” la medesima del militare ucciso.

Il nome di Gianfranco Manconi era finito, qualche anno fa, nell’inchiesta veneta su un commercio di sostanze dopanti (cioè droghe per sportivi, naturalmente illegali), la stessa indagine per cui era stato inquisito anche il russo di cui prima vi abbiamo parlato.

Tra i due, il 26enne russo e Manconi, vi era un saldo rapporto di amicizia e di collabo-razione che li aveva portati a commettere insieme una serie di gravi reati, tra cui una rapina su commissione a un operaio di Varmo, in provincia di Udine. Ce un collegamento tra il suicidio di Gianfranco Manconi e lassassimo di Trifone e Teresa? Al momento non è possibile saperlo con certezza, ma anche questa ipotesi è tenuta molto in considerazione degli inquirenti. Ma non è tutto. Vi vogliamo informare di un altro particolare inquietante, di cui ci siamo accorti . Nell’ascensore dello stabile in via Chioggia a Pordenone, dove in un piccolo appartamento al quarto piano risiedevano Trifone Ragone e Teresa Costanza, abbiamo notato la presenza di alcune scritte, incise con una chiaye o un coltello, che potrebbero in qualche modo avere a che fare con il delitto della coppia di giovani. Quello che abbiamo visto con i nostri occhi, e fotografato (r immagine la trovate nelle pagine precedenti), ci ha davvero sconvolto. Una mano, ancora ignota, ha infatti inciso le parole: “terroni” “cornuti” “lesbica”, “merda” e “Terry” (o “Te-re”), il diminutivo di Teresa, una delle due vittime. Il bersaglio di quelle frasi erano i due fidanzati trucidati? Molto probabilmente sì. Qualcun altro, forse proprio Trifone o Teresa, ha cercato, invano, di cancellare quelle parole, aggiungendone poi delle altre (“Rom di merda” e “zingaro di merda”). Trifone e Teresa, forse, sapevano chi li minacciava? Magari questa circostanza non ha nulla a che fare con il duplice omicidio, ma gli inquirenti non possono trascurarla, dal momento che nelle scritte compare il nome di una delle due vittime e che sia Trifone sia Costanza erano originari del Sud Italia, e quindi appellabili con il termine “terroni”.

Se i nostri sospetti dovessero trovare conferme investigative ci troveremmo dunque di fronte a qualcuno che conosceva bene le vittime e che sapeva dove trovarle. Quindi chi li aveva presi di mira era arrivato fin dentro casa, minacciandoli per un presunto torto subito. Le scritte comparse sull’ascensore, incise prima del duplice omicidio, sono state reperiate dai carabinieri del Ris (il Reparto investigazioni scientifiche), che le stanno analizzando. Il pannello dove erano state incise è stato sequestrato. Intanto, nel corso di un sopralluogo da parte dei carabinieri nell’appartamento di Trifone e Teresa, che su disposizione della Procura della Repubblica è stato posto sotto sequestro, sono stati portati via capi d’abbigliamento, anche intimo, asciugamani, scarpe e altri oggetti utili alle indagini. Non solo. Dal mini appartamento, di circa 45 metri quadrati, che la coppia aveva preso in affitto, sono stati sequestrati, per essere analizzati, un personal computer, alcune agende e diversi fogli scritti a mano. Qualcuno si è chiesto: se il killer sapeva dove abitavano, perché non li ha uccisi sotto la loro casa? Ecco una possibile risposta: il palazzo dove viveva la coppia trucidata si trova in una stradina piuttosto appartata, ma evidentemente il killer ha ritenuto che non fosse il luogo adatto per consumare un duplice delitto. Se pur isolata, infatti, via Chiog-gia è una strada molto stretta e, soprattutto, affiancata da numerose abitazioni. La fuga, dopo lomicidio, poteva essere compromessa, e qualcuno, udendo i numerosi spari, si sarebbe potuto affacciare al balcone o alla finestra notando così lassassino mentre fuggiva. Meglio, quindi, il parcheggio del palazzetto dello sport, altrettanto isolato ma molto più buio. L omicida, del resto, conosceva bene quel luogo, cioè sapeva che le quattro telecamere montate sulle mura esterne della struttura sportiva non puntavano sul parcheggio, dove cera lautomobile Suzuki della coppia, bensì sul marciapiede.

Molto probabilmente era anche a conoscenza del fatto che queste quattro telecamere non fossero funzionanti e così ha agito con la certezza che nessun occhio elettronico avrebbe immortalato il suo volto. Anche questo avvalora la tesi che il killer sia un professionista.

Redazione

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