Il Def: Cercansi 12 miliardi per fermare l’Iva

Si ricomincia. Oggi in Consiglio dei ministri sbarca il nuovo Documento di economia e finanza (Def), il testo – che la Commissione europea attende entro metà aprile – in cui il governo traccia le sue politiche nel prossimo triennio. Non solo: si ricomincia pure con quella certa tendenza all’imprecisione, per così dire, che l’esecutivo di Matteo Renzi coltiva in materia di conti pubblici. Il Def dell’aprile scorso, per dire, si è rivelato una sequela impressionante di numeri sbagliati: Pil, consumi, debito, deficit. Tutte stime che Pier Carlo Padoan ha dovuto correggere prima a settembre e poi in autunno.

Il primo problema: bloccare l’aumento di Iva e accise

Lo spauracchio di Renzi e soci sono le cosiddette “clausole di salvaguardia”: la polvere sotto il tappeto dei conti pubblici. Funzionano così: visto che l’Italia s’è impegnata con Bruxelles a ridurre il rapporto deficit/Pil un tot ogni anno, se non ci riesce aumentano automaticamente imposte e accise. Nella legge di Stabilità approvata a dicembre, le clausole sono le seguenti: un aumento di due punti dell’Iva nel 2016 per le aliquote del 10 e 22%, più un altro punto l’anno dopo; nel 2018, dovesse servire, salirà pure la benzina. In soldi -secondo i numeri del Tesoro -fanno 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e 21,2 miliardi dal 2018 in poi. Il numero che conta adesso, però, è quello dell’anno prossimo: 12,8 miliardi che, curiosamente, sui giornali e nelle dichiarazioni del governo sono diventati dieci.arton25429

Eterni ritorni: la spending review e le privatizzazioni

Come pensano Renzi e Padoan di evitare l’aumento dell’Iva? Ovviamente con la spending review, tra cui ci sono anche le cosiddette “spese fiscali”, cioè deduzioni, detrazioni e agevolazioni: da questa voce arriveranno 1,5 miliardi (meno detrazioni, però, significa un aumento delle tasse). Un altro miliardo e mezzo, forse più, dovrebbe essere recuperato poi dal taglio degli incentivi alle imprese. Da qui in poi, invece, siamo nel campo dell’eterno ritorno dell’uguale: dalle bozze circolate nei giorni scorsi, ad esempio, risulta che la centrale unica per gli acquisti (Consip) farà risparmiare alla P.A. circa 2 miliardi; altri cospicui risparmi sono poi attesi dal riordino delle strutture periferiche dello Stato come le Prefetture e da nuovi tagli agli enti locali. Ci fossero pure le auto blu saremmo appieno tra i classici del genere. Non mancano, comunque, le privatizzazioni: Renzi ne promette per 11 miliardi l’anno (0,7% del Pil), mentre l’anno scorso ne prometteva per 15.

Il pareggio di bilancio slitta, ma è una manovra recessiva

Altre fonti di finanziamento che Renzi e Padoan si apprestano a usare potrebbero, infine, irritare la Commissione Ue: tra i 3 e i 4,5 miliardi di risparmi dal calo dello spread (cioè possibili minori interessi sul debito pubblico); 7-8 miliardi di “flessibilità” sul deficit (invece dell’ 1,8% sul Pil previsto si passerebbe al 2,2%). Anche il nuovo slittamento del pareggio di bilancio al 2018 (dal 2017 a cui era stato spostato l’anno scorso) potrebbe non piacere a Bruxelles. Questi i numeri: la crescita è cifrata a +0,7% quest’anno e +1,5% nel 2016 (più del consensus delle istituzioni internazionali, ma così è più comodo far tornare i conti); il deficit/Pil è stimato al 2,6% nel 2015 e all’1,8 l’anno prossimo (ma, come detto, Renzi potrebbe concedersi qualche libertà sul tema); il debito sale quest’anno e, come al solito, scende dal prossimo. È utile, comunque, ricordare un dato di fatto: una manovra di tagli di spesa (e tasse) per ridurre il deficit è recessiva, finisce cioè per ridurre ulteriormente il Pil.

I Comuni rischiano il default, le pensioni un altro taglio

I sindaci italiani sono di nuovo sul piede di guerra. Il Def prevede nuovi sacrifici per l’anno prossimo e il mancato ristoro dei trasferimenti 2014 (600 milioni). Non solo: sta per arrivare il decreto sul taglio da un miliardo previsto dalla Finanziaria 2015. Massimo Castelli, coordinatore Anci per i piccoli comuni, ha parlato di “rischio default per centinaia di enti”. Piero Fassino, presidente, dice che i Comuni hanno già dato: “Abbiamo contribuito con più di 17 miliardi di euro in sei anni al risanamento dei conti pubblici. Molto più dei ministeri”. È arrabbiato persino Dario Nardel-la, coordinatore delle città metropolitane che è succeduto all’amico Renzi a palazzo Vecchio: solo a Firenze tocca una sforbiciata da 26 milioni. Altri problemi. C’è quello degli 866 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate assunti senza concorso che la Consulta ha dichiarato illegittimi: si rischia il caos organizzativo, migliaia di ricorsi e il flop del rientro dei capitali su cui il governo punta moltissimo (“è a rischio il gettito e la stessa griglia del Def”, sostiene il deputato del Pd Marco Causi). E ancora: c’è il tema pensioni. Il premier ha sempre detto che non le toccherà, ma attorno a lui le voci favorevoli a un nuovo taglio si moltiplicano.

Redazione

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