Nel 2011 alla Diaz fu tortura

La settimana in cui Diaz è in programmazione nella sala del cinema Tibur, quartiere San Lorenzo, Roma, il bilancio è di un malore a sera. Ogni spettacolo, c’è qualcuno che non regge l’urto delle immagini che ricostruiscono la notte del 21 luglio 2001, quelle in cui la polizia fa irruzione nella scuola dove dormono i manifestanti del G8 di Genova. Siamo a maggio del 2012 e nella stessa città, a un paio di chilometri di distanza, c’è un’altra sala in cui va in onda lo stesso film. È quella dell’aula dei gruppi della Camera dei deputati. Stesse scene, ma pochi disagi. Anche perché dei 915 parlamentari invitati si sono presentati in 13. Basterebbe girare il collo tra questi due schermi per intuire perché è dovuta arrivare la Corte di Strasburgo a dire che in quella notte genovese l’Italia ha violato il divieto di tortura.

Per la verità, possiamo stare tranquilli. Abbiamo aderito alla Dichiarazione universale dei diritti umani, ratificato il Patto sui diritti civili e politici e pure la Convenzione dell’Onu contro la tortura, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali e la Convenzione europea per la prevenzione della tortura. Ma noi, nel nostro codice penale, il divieto di tortura non l’abbiamo mai riconosciuto. Quindi non violiamo proprio niente.diaz_genova_g8

L’impegno ufficiale lo abbiamo preso 27 anni fa, nel 1988, quando abbiamo sottoscritto il testo delle Nazioni Unite contro le pene e i trattamenti crudeli, disumani o degradanti. E la convenzione, da allora, ci impone di scrivere una norma che le vieti espressamente. Non si può dire che non ci abbiamo provato. La prima volta fu il 4 aprile del 1989: Nereo Battello, senatore comunista, firmò il primo disegno di legge per l’introduzione del reato nel nostro codice penale. Ci riprovò il radicale Franco Corleone due anni dopo, ma entrambi non arrivarono mai all’esame dell’assemblea. È durante il primo esecutivo Prodi che, ricorda Amnesty, ci fu addirittura un testo di iniziativa governativa, firmato da Dini e Fassino. Ma nulla di fatto. Sette progetti furono scritti tra il 2001 e il 2006, epoca Berlusconi: quello che fece più strada era firmato da Gaetano Pecorella, allora presidente della commissione Giustizia. Ma anche lì il Parlamento non arrivò mai al voto finale. Altri otto disegni di legge seguirono nel secondo governo Prodi, fermati dalla fine anticipata della legislatura. Nel 2009, ricorda la Pd Maria Teresa Bertuzzi “fu presentato un emendamento, sottoscritto da 70 senatori, al cosiddetto pacchetto sicurezza: non fu approvato per 6 voti di differenza”. E così non hanno mai visto la luce le altre dodici proposte presentate tra il 2008 e il 2013. Tempo delle elezioni e una nuova serie di disegni di legge è riapparsa nei cassetti dei palazzi: a settembre 2013 li hanno messi insieme e approvati al Senato incredibilmente nel giro di cinque mesi.

ECCOCI AI GIORNI NOSTRI. E alla fortuita possibilità che domani, alla Camera, il reato di tortura possa diventare legge, sull’onda della strigliata di Strasburgo. Finalmente, si dirà. Eppure, quel testo è una versione riveduta e corretta della promessa che avevamo firmato con l’Onu. Accetteremo anche “i compromessi”, fa sapere Amnesty Italia. Ma il rischio è che siano tanti. Oggi, i deputati M5S li illustreranno insieme a molti sponsor della vicenda: dalla sorella di Stefano Cucchi ai rappresentanti di Antigone fino al senatore Luigi Manconi. Spiega il Cinque Stelle Vittorio Ferraresi: “Nel testo ci sono una serie di limitazioni che renderanno quasi impossibile l’accertamento del fatto”. Per esempio, all’art. 1 hanno scritto la parola “intenzionalmente”: sarà così piuttosto semplice sfoderare il sempreverde “non l’ha fatto apposta”. D’altronde, il Parlamento italiano ha già scelto di non rispondere ai requisiti minimi della Convenzione Onu: da noi, se verrà approvata, la tortura non sarà un reato “proprio”, circoscritto ai pubblici ufficiali così come suggerivano da New York, ma sarà un reato comune, che subirà un’aggravante se a commetterlo sarà un funzionario dello Stato. Secondo il Pd Felice Casson – che viene ormai invitato dalle Università come esperto, visti gli anni di anzianità in materia – è una decisione corretta, perché “non si capisce perché un terrorista, un mafioso o un infermiere di una clinica privata che compie atti di tortura non debba essere punito”. Si poteva, come propose in audizione il penalista Tullio Padovani, proporre un doppio binario per i diversi casi. Ma l’Ncd, il partito del ministro dell’Interno Angelino Alfano, non ha sentito ragioni. Spiegò chiaramente al Senato Carlo Giovanardi (ora accusato di diffamazione aggravata nel caso Aldro-vandi): “L’Italia non è l’Argentina, né il Cile, né Cuba, né la Corea del Nord. Lo Stato, i Governi, le Forze dell’ordine e la magistratura hanno sempre affrontato le emergenze con grande rispetto della democrazia e dei diritti umani”. Genova, chiusa parentesi.

Redazione

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