Teresa e Trifone: Qualcuna sa chi è il Killer ma non parla

Ho salutato Trifone e Teresa prima di dirigerci verso le rispettive auto. La mia era parcheggiata poco distante dalla loro, dove la lascio sempre, in una strada senza uscita che fa angolo con la palestra. Quando sono salito sulla mia vettura, prima di metterla in moto, ho acceso lo stereo e ho alzato al massimo il volume, poi ho fatto una telefonata. Non ricordo di aver visto qualcuno aggirarsi in quella zona. Mentre effettuavo la manovra per uscire dal parcheggio, ho sentito dei rumori simili a dei “mortaretti”. Quando sono passato davanti alla Suzuki di Trifone, ho notato la testa di Teresa appoggiata allo sportello. Sporgeva dal finestrino. La cosa mi è sembrata un po’ strana ma ho comunque proseguito la marcia, senza fermarmi”. È questa l’incredibile testimonianza di un compagno di palestra di Trifone Ragone, 28 anni, il militare ucciso insieme alla sua compagna Teresa Costanza, 30 anni. Il supertestimone, le cui parole sono state raccolte in questi giorni dagli inquirenti, è stato l’ultimo ad aver visto in vita i fidanzati di Pordenone, prima che un killer ancora senza volto né nome li trucidasse con cinque colpi di pistola alla testa la sera del 17 marzo nel parcheggio del palazzetto dello sport. L’uomo, il cui ricordo di quella maledetta sera è stato messo a verbale, si era allenato per alcune ore presso la società “Pesistica Pordenonese” con l’amico Trifone. Alla fine dell’allenamento era uscito dalla palestra insieme allo stesso Trifone e a Teresa, che era andata a prendere il fidanzato per tornare a casa con lui. Erano circa le 19.50. I tre amici hanno percorso qualche metro insieme, poi si sono salutati e hanno preso direzioni diverse: Teresa e Trifone sono saliti sulla loro auto, il compagno di palestra sulla sua. Subito dopo ce stato l’agguato mortale, durato una decina di drammatici secondi. Questa testimonianza, però, ha lasciato tutti molto perplessi. Le domande che ci siamo posti sono tante: davvero quest’uomo ha confuso gli spari di una pistola calibro 7.65 con dei rumori simili a quelli prodotti dall’esplosione di comuni e innocui “mortaretti”? Se la prima cosa che ha fatto una volta salito sulla sua auto è stato accendere lo stereo e alzare al massimo il volume, come può aver contemporaneamente fatto una telefonata? E, soprattutto, come è possibile che non abbia visto nulla di più di quanto riferito agli inquirenti? Eppure la tragedia è avvenuta a due passi da lui, praticamente sotto i suoi occhi, visto che ha detto di aver parcheggiato quasi accanto all’auto degli amici. Infine, è possibile che non si sia accorto della presenza, nel parcheggio, di un’altra persona?

Ma ce un altro dettaglio che proprio non torna: lui sostiene di aver notato “la testa di Teresa appoggiata allo sportello”, ma di non aver dato peso alla cosa e di aver “proseguito”. Come credere a una cosa del genere? Sotto alla portiera, inoltre, cerano i cocci del finestrino frantumato dall’unico proiettile che ha mancato il bersaglio. Eppure, stando a quello che dice, il testimone non si è accorto nemmeno di questo (evidentissimo) particolare. Le stranezze emerse durante la prima deposizione, ha confermato quanto aveva già dichiarato. In-somma, ha ammesso la sua presenza sul luogo del duplice delitto ma ha negato di aver visto il killer e di essersi accorto che lamico Trifone e la fidanzata erano stati freddati senza pietà. Ma il compagno di palestra di Trifone non è Punico a raccontare meno di quanto visto. Ci sarebbero almeno altri due soggetti che la sera del delitto si trovavano vicini al luogo dell’agguato. Si tratta di due persone che percorrevano o sostavano in via Interna, cioè la strada che costeggia il palaz-zetto dello sport. Una di queste persone si è limitata a dichiarare di aver scorto un’Audi A3 andar via. Come è possibile che non abbia visto altro? Inoltre, ce un ragazzino di 12 anni, ascoltato dagli inquirenti, che ha dichiarato di aver notato Teresa arrivare in palestra alle 19, cioè in un orario in cui, secondo gli investigatori, lo spietato assassino era già appostato. Come ha fatto, anche lui, a non notarlo? Gli inquirenti sono convinti che diverse persone sappiano qualcosa ma che non vogliano parlare per paura. La spiegazione non può che essere questa: dietro al silenzio ce il timore, per certi versi comprensibile, di eventuali ritorsioni da parte di un killer che, evidentemente, in zona è molto conosciuto. A confermarlo ce l’alle-natore di Trifone, che in questi giorni ha dichiarato: «Qualcuno forse sa». Parole inquietanti che l’uomo ha poi ritrattato.

Il procuratore di Pordenone, dottor Marco Martani, ha detto a riguardo: «Siamo di fronte a un killer che aveva premeditato le proprie azioni e aveva pianificato la barbara uccisione della coppia». Le parole pronunciate dal procuratore confermano hipótesi iniziale, e cioè che l’assassino di Trifone e Teresa, la sera del 17 marzo, fosse appostato da almeno un’ora all’esterno della palestra e abbia agito solo nel momento in cui le vittime erano insieme e non avrebbero potuto in alcun modo reagire.

Come vi abbiamo riferito la scorsa settimana, la pista più battuta dagli inquirenti è quella passionale. È verosimile che chi ha pianificato il duplice omicidio volesse vendicarsi per un torto subito in passato. L’obiettivo della vendetta era quasi sicuramente Trifone, che potrebbe aver avuto una relazione con la donna “sbagliata” cioè di un altro, pericoloso uomo. Teresa, invece, è stata eliminata perché sarebbe stata a conoscenza di questo segreto, confidatole da Trifone, che se rivelato agli inquirenti avrebbe portato dritto all assassino. Sappiamo ormai quasi tutto di Trifone e Teresa. Lui, originario di Monopoli, in provincia di Bari, era un militare dell’Esercito presso il 132° Reggimento carri della brigata corazzata Ariete di Cordenons. Lei, 30 anni, originaria di Agrigento, si era laureata all’Università Bocconi di Milano e da un mese lavorava come assicuratrice a Pordenone, dove si era trasferita per raggiungere l’uomo che amava e con cui, da quello che si dice, si sarebbe presto sposata. La coppia, inoltre, era solita frequentare locali notturni: Trifone, che nell’ambiente delle discoteche era conosciuto con il soprannome di Luca Bari, si esibiva come ragazzo immagine, Teresa si faceva chiamare “Greta” e per arrotondare faceva la cameriera o la cubista. Gli inquirenti sono convinti che la soluzione del giallo sia nascosta proprio nell’ambiente dei locali notturni e in quello delle palestre.

Redazione

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