Yara Gambirasio il Papà disse: “C’era un furgone davanti casa mia”

La sera in cui mia figlia Yara è scomparsa, ho notato un autocarro sul lato destro della mia corsia di marcia, in via Rampinelli. Aveva le luci accese. Il pensiero è andato a Yara, istintivamente, proprio perché avrebbe percorso quella strada. L’autocarro poteva essere distante 100 o 150 metri, non saprei essere più preciso. Ovviamente era troppo lontano anche soltanto per poter pensare di rilevare il numero di targa”. Queste parole sono contenute nella deposizione fatta da Fulvio Gambirasio, 48 anni, ai carabinieri di Bergamo alFin-domani della scomparsa di sua figlia Yara, 13. Erano le 19.30 del 27 novembre 2010 e della sfortunata ragazzina si erano perse le tracce da circa 24 ore.

Come avete letto, papà Gambirasio, invitato dai militari a fare mente locale circa la sera precedente, fa riferimento a un furgone in sosta proprio in via Rampinelli, cioè lungo la strada di Brembate Sopra dove risiede con la sua famiglia. La testimonianza delFuomo è molto importante perché conferma la presenza di un furgone “sospetto” intorno alla sua abitazione, che dista circa 500 metri dalla palestra frequentata da Yara, di fronte alla quale la ragazzina è scomparsa. Era lo stesso furgone immortalato da diverse telecamere e perfettamente compatibile con quello in uso a Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, il muratore di Mapello arrestato con l’accusa di essere il killer della povera ragazzina? Anche gli orari coincidono: il papà di Yara è uscito di casa, a piedi, intorno alle 19.30 per raggiungere un bar del paese, cioè il luogo in cui aveva appuntamento con un collega di lavoro per cenare insieme. Proprio in quei minuti una delle telecamere ha ripreso il passaggio del furgone Iveco Daily riconducibile a quello di Bossetti. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, il muratore stava tornando da Chignolo d’isola, dopo l’aggressione mortale alla povera ragazzina.

Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la drammatica giornata del 26 novembre 2010 vissuta da Fulvio Gambirasio. Lo facciamo riportando le stesse parole usate dai giudici negli atti delFindagine. Scrivono i giudici: «Il padre di Yara è stato sentito il 27 novembre 2010 alle 19.30 dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Bergamo. In tale occasione l’uomo ha nata del 26 novembre 2010 vissuta da Fulvio Gambirasio. Lo facciamo riportando le stesse parole usate dai giudici negli atti delFindagine. Scrivono i giudici: «Il padre di Yara è stato sentito il 27 novembre 2010 alle 19.30 dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Bergamo. In tale occasione l’uomo ha sua moglie e verso le 10.15 si recava con il furgone aziendale a ritirare del materiale. Non pranzava e si intratteneva in ufficio fino alle 17.30 circa. Lasciato il magazzino si recava in tabaccheria e poi a mangiare un gelato, quindi rincasava verso le 18 parcheggiando lauto in garage. Dopo dieci minuti rientrava la figlia maggiore, seguita poco dopo dalla moglie Maura insieme albultimogenito. Alle 18.20 andava a prendere labro figlio allallenamento di tennis e alle 19.30 usciva a piedi per recarsi a cena fuori». E proprio mentre raggiungeva il luogo dellappuntamento, cioè il bar Portici di Brembate, che Fulvio Gambirasio ha notato il furgone lungo via Rampinelli. Vi riportiamo nuovamente ciò che il papà di Yara riferisce agli inquirenti: «La sera in cui mia figlia Yara è scomparsa, ho notato un autocarro sul lato destro della mia corsia di marcia, in via Rampinelli. Aveva le luci accese. Il pensiero è andato a Yara, istintivamente, proprio perché avrebbe percorso quella strada». In quel momento la ragazzina era già stata aggredita e ferita, ma il suo papà ancora non sapeva nemmeno che fosse scomparsa. Lo ha avvisato poco dopo la moglie Maura. Scrivono a riguardo a giudici: «Percorsi 500 metri a bordo dell auto del collega, ancora nellabitato di Brembate, Fulvio Gambirasio riceveva una telefonata dalla moglie Maura, preoccupata in quanto, visto il ritardo di Yara, si era recata alla palestra, aveva girato, aveva chiesto ma non aveva avuta alcuna notizia della figlia. Fulvio, dunque, chiedeva al collega di riaccompagnarlo a casa in quanto temeva il peggio». Purtroppo aveva ragione.

Redazione

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