Guerra sull’Italicum, via i 10 dissidenti

ROMA Giovedì, al massimo venerdì, l’Italicum verrà licenziato dalla commissione Affari costituzionali che la consegnerà all’aula della Camera dove si potrebbe arrivare al voto finale entro i primi 10-15 giorni di maggio. La strada che porta alla nuova legge elettorale a doppio turno (entrerà in vigore il 1° luglio del 2016) è dunque spianata, per Matteo Renzi: «Siamo a un passo dal traguardo, faremo lo sprint finale sui pedali e a testa alta…».

E per rimuovere gli ostacoli lungo l’ultimo chilometro, Renzi non ha esitato a far sostituire dalla I commissione i dieci membri, sui 23 totali del Pd, che si erano dichiarati non disponibili a votare il mandato al relatore senza modifiche al testo dell’Italicum. Sono Alfredo D’At-torre, Rosy Bindi, Pierluigi Ber-sani, Barbara Pollastrini, Gianni Cuperlo, Marco Meloni, Roberta Agostini, Enzo Lattuca, Marilena Fabbri, Andrea Giorgis. Da ieri sera quindi i 10 dissidenti dem hanno dovuto lasciare il posto (sostituzione ad rem, solo per questo provvedimento) ad altrettanti colleghi che voteranno il testo blindato della legge elettorale. La sostituzione di massa disposta in casa del Pd non ha precedenti alla Camera e anche quella ordinata al Senato in occasione del voto sulla riforma costituzionale riguardava solo 2 eletti (Mineo e Chiti) seppure in forma definitiva.

La mossa del Pd ha provocato reazioni a catena. I 5 Stelle, con Danilo Toninelli, hanno annunciato che ritireranno i loro emendamenti e diserteranno la commissione. Renato Brunetta (FI) parla di «aberrante sostituzione» ed è in contatto con Berlusconi nel tentativo di organizzare l’ennesimo Aventino, un’idea considerata anche da Sel. E Scelta civica, che è pur sempre in maggioranza, scalpita per il divieto di presentare emendamenti e sta valutando se uscire dalla commissione.

Con i rimpiazzi in I commissione, il Pd rischia di ritrovarsi solo con Alleanza popolare di Alfano ad approvare l’Italicum. Ma l’operazione per ora dovrebbe essere semplice perché gli emendamenti ammessi sono 97 (su 135 presentati). In Aula, poi, tutto dipenderà dalla fiducia («Vedremo se metterla o meno», dice Renzi) che azzererebbe tutti gli emendamenti ma non il voto finale a scrutinio segreto. Eppure, nonostante il clima teso, Renzi ha aperto una trattativa con la minoranza dem. La contropartita al via libera all’Italicum in Aula può arrivare con una modifica alla riforma costituzionale, anche nella parte in cui è già stato stabilito come i consigli regionali eleggeranno i 100 senatori del ddl Renzi-Boschi. Per alcuni, quel meccanismo di elezione indiretta non si può toccare (perché Senato e Camera hanno già votato lo stesso testo dell’articolo 2). Ma, a ben guardare, una minima differenza esiste: il Senato stabilì che i senatori vengono eletti «nei» consigli regionali mentre la Camera ha corretto «dai» consigli regionali. La discrepanza permetterebbe al presidente del Senato, il cui giudizio sarebbe inappellabile, di riaprire l’articolo 2 seppure solo sul tema della elezione del Senato e non sulla sua composizione. E questa la via d’uscita onorevole proposta alla minoranza del Pd?

Un’altra scuola di pensiero sostiene che l’articolo 2 non si può toccare senza correre il rischio di ripartire da zero, come ha ricordato il ministro Boschi. Per questo la minoranza dem dovrebbe attendere la legge ordinaria che manderà a regime l’elezione del nuovo Senato. Ma questo è un traguardo davvero lontano per far scattare ora la pace in casa del Pd.

Redazione

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