Italicum Renzi se l’approva da solo

Tra le telecamere assiepate, i sostituti che entrano, gli oppositori che escono, e i sostituiti che magari passano e basta (tipo Cuperlo che a un certo punto si materializza davanti alle porte) la Commissione Affari costituzionali assomiglia a un suk, dove Renzi e un manipolo di fedelissimi si votano l’Italicum. La giornata sa più di sceneggiata che di tragedia. “Sostituzioni in puro stile sovietico”, tuona Arturo Scotto (Sel), abbandonando la Commissione. Renato Brunetta convoca una conferenza stampa per denunciare il “deportellum”.

DENTRO Maria Elena Boschi, in versione serafica, tranquilla dispensa insegnamenti: “Le opposizioni non conoscono le regole del gioco”. Sotto, nel Transatlantico, si aggira sconsolato Andrea Giorgis, membro sostituito, che da professore di diritto costituzionale se la prende particolarmente a cuore: “Gli effetti di questa poca considerazione del Parlamento si vedranno nel tempo. Serve pazienza e prudenza, se no il logoramento dei rapporti alla fine dannegge-rà Renzi”. Pazienza e prudenza non sono esattamente due doti del premier. Che infatti, poco dopo le 16, consegna a Facebook la sua (immutata e immutabile) posizione: “Da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo”. Poi l’esortazione più ripetuta nei mesi: “Avanti, su tutto!”. Dalla palude che evoca il Parlamento ai toni da rullo compressore, ecco un condensato del Renzi-pensiero.

IN QUESTO clima la Commissione si appresta a licenziare per l’Aula la legge elettorale, senza neanche una virgola modificata: i 10 “dissidenti” sono stati sostituiti. Parole forti sono tuonate negli ultimi giorni. Da Cuperlo che ha parlato di “legislatura a rischio” alla Bindi che ha avvertito “se Renzi mette la fiducia altro che i 101 di Prodi”. Eppure, la sostituzione per primi l’avevano chiesta proprio i membri della minoranza. Il “lodo Cu-perlo” era stata ribattezzata l’idea, e lo stesso Speranza, oggi capogruppo dimissionario, l’aveva portata avanti ufficialmente. A proposito: “Ma dov’è Speranza? Chi sarà il nuovo capogruppo?”, si chiedevano ieri i deputati Pd. Ma a cose fatte i toni si alzano, e la parola “epurazione” torna spesso e volentieri. I dieci nuovi entrati sono, ovviamente, tutti renzianissimi. Ci sono Paola Bragantini, Stella Bianchi, David Ermini, Maria Chiara Gadda, Stefania Covello, Franco Vazio, Ileana Piazzoni, Giampaolo Galli, Edoardo Patriarca e Alessia Morani. Quest’ultima in genere sostituisce Bersani. Ma stavolta no, è al posto di Lattuca. “Io? Io sostituisco D’Attorre”, spiega il più renzia-no di tutti, David Ermini, che mette avanti le ragioni della democrazia e del Pd. Se gli oppositori interni sono stati epurati (o auto – epurati, che dir si voglia), i Cinque Stelle, la Lega, Sel e Forza Italia scelgono l’Aven-tino. L’avevano annunciato anche i due di Scelta Civica. Ma poi Renzi (insieme a Lorenzo Guerini) ha convocato a Palazzo Chigi i vertici del partito e loro hanno abbassato le penne. “Priorità condivise”.

LO STESSO Guerini poi incontra i micro-partiti centristi. Promesse. Perché tutto si spiegherà pure con “la voglia di fare cagnara”, come dice lo stesso vice segretario, ma non è che per Renzi siano rose e fiori. Alle 17 Sisto, che presiede la Commissione, e fa il relatore, nonostante sia di Forza Italia, sospende i lavori per permettere a chi è uscito di cambiare idea. “Ho chiamato le opposizioni, ho chiesto di ripensarci”, spiega. Dopo un’ora nessuno rientra. “Come si fa a votare l’Italicum in Senato e a dire di no adesso?”, è la dichiarazione più gettonata dei ren-ziani doc. La Commissione finirà oggi: senza opposizione il voto è spedito. Lunedì si va in Aula. Non è ufficiale, ma la fiducia è quasi certa: meglio non rischiare alleanze trasversali nel voto segreto. E pure i dissidenti in realtà la vedono come una via d’uscita. “Ci vorrebbero 80 contrari per creare un problema. Ma non ci sono”, dichiarano sia da minoranza che da maggioranza. “Se la legge elettorale non passa, la legislatura finisce”, ribadisce un fedelissimo. Che sarà questo lo scenario non ci crede proprio nessuno.

Ma per il premier che aveva sbandierato le grandi riforme fatte con tutti, non è il migliore dei risultati un sistema elettorale approvato praticamente solo dal Pd. E neanche da tutto. Mentre lui detta la linea (“democrazia è rispettare le scelte della maggioranza”), i suoi organizzano seminari per spiegare ai deputati le magnificenze dell’Italicum: oggi alla Camera in cattedra salgono Stefano Ceccanti e Roberto D’Alimonte. Costituzionalisti di provata fede.

Redazione

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