Def, il tesoretto di Renzi è un sogno già archiviato

Più che gli inviti, non sempre disinteressati, alla prudenza, saranno i buchi di bilancio a congelare il “tesoretto” spuntato nel Documento di economia e finanza (Def). Poco importa: prima che questo accada, il governo è pronto a spenderlo coprendosi le spalle con una misura intrisa della stessa sostanza contabile di cui è fatto il “bonus” da 1,6 miliardi: è notizia di ieri, infatti, che per coprire l’uso del “tesoretto” saranno “congelate” risorse già stanziate nel bilancio dello Stato, “in attesa di registrarle” in autunno, a conti fatti. Tradotto: visto che non siamo sicuri di come andranno le cose, noi i soldi li spendiamo, ma “prudenzialmente” accantoniamo lo stesso importo. Se qualcosa va storto, bisognerà trovarne altrettanti per coprire l’ammanco, ma questo è un problema che si porrà più avanti, quando le elezioni regionali saranno archiviate da un pezzo. La novità è in poche righe contenute nella risoluzione di maggioranza sul Def approvata ieri dalle Camere. Per il capogruppo di Fi alla Camera, Renato Brunetta: “È la certificazione dell’imbroglio del governo Renzi, che dice che i soldi non ci sono ma verranno comunque spesi”. “È una procedura tecnica”, assicuravano ieri fonti del Tesoro, il più preoccupato dalle aspettative generate dal tesoretto. Come sia “spuntato” è storia nota: il de-ficit-Pil, previsto quest’anno al 2,5 per cento, è stato innalzato al 2,6: 0,1 punti che valgono appunto 1,6 miliardi, ottenuti facendo un po’ di debito. Nessuna novità. Tanto è bastato però a scatenare le ipotesi più fantasiose sul suo utilizzo, sindacati compresi. “È una grave marcia indietro”, spiega ora il segretario nazionale della Uil Domenico Proietti.

EPPURE, a via XX Settembre buona parte era già data per persa, viste le voragini che alcune misure della vecchia legge di Stabilità stanno per aprire nei conti pubblici. L’incertezza maggiore è sui sistemi di pagamento dell’Iva. Manca ancora il sì dell’Ue al reverse change nella grande distribuzione, il meccanismo che trasla l’imposta da chi riceve la fattura a chi la emette (vale 728 milioni): la bocciatura di Bruxelles, secondo il Corriere, è ormai data per certa. Stessa sorte rischia lo split payement, che permette alla Pa di versare l’Iva direttamente all’Erario e non più ai suoi fornitori (vale un miliardo): una misura anti-eva-sione che però sottrae liquidità alle imprese (il giroconto dell’Iva vale 13 miliardi), soprattutto quelle edili. Totale: 1,7 miliardi in bilico, coperti con le solite clausole di salvaguardia. Se salta tutto, saliranno dal primo luglio le accise sui carburanti “per un importo non inferiore a 1,76 miliardi”. “Siamo tranquilli, con l’Ue il dialogo è costruttivo”, ha fatto sapere in serata il tesoro. Rischia però anche la tassa da 500 milioni imposta ai concessionari di slot machine: la prima rata (200 milioni) è già slittata da gennaio ad aprile, e – rivela il Sole 24 Ore – difficilmente verrà saldata per intero. Tutti i concessionari coinvolti hanno fatto ricorso al Tar: una sospensiva, o una sentenza favorevole, aprirebbe un altro buco. Non a caso il decreto legislativo sui giochi -pronto a febbraio – è slittato a giugno. Se in questo caso le risorse potranno spuntare nel testo, difficilmente accadrà altrettanto per l’Iva.

Incertezze di cui al governo era ben al corrente, ma che non compaiono nella risoluzione approvata ieri. Vi si legge che il tesoretto andrà ad implementare “le riforme avviate”. Segue la consueta lista di impegni (24): alleggerire le banche dai crediti deteriorati (circa 138 miliardi a fine 2014); pagare i debiti della Pa; garantire oltre il 2015 la decontribuzione per i contratti stabili (il governo ha stanziato 1,9 miliardi, ne servono altri tre per rispettare i target); etc. “Non possiamo cullarci sulla ripresina in atto, perché è fragile e fondata su fattori esterni”, ha ammesso ieri il viceministro all’Economia Enrico Morando, che ha promesso di rivedere il pasticcio dell’Imu sui terreni agricoli, ma senza abolirla.

Vasto programma. Tanto più che l’impianto è recessivo: l’aggiustamento vale 10 miliardi l’anno e per il 2018-19 fa addirittura più di quanto chiede l’Europa e di quanto si era impegnato a fare il governo di Mario Monti.

POI CI sono i tagli ai Comuni. Quelli delle vecchie manovre stangano alcune grandi città, come Roma (87 milioni), Napoli (65) e Firenze(26). Ieri l’Anci ha inviato al governo il piano per ripartirne 27 milioni anche agli altri Comuni (in testa Bologna e Milano), in cambio del rifinanziamento del fondo che copre il buco aperto dall’abolizione dell’Imu prima casa: vale 625 milioni. Al Servizio sanitario, invece, mancheranno quest’anno 2,3 miliardi, con le Regioni in rivolta.

Redazione

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