Elena Ceste si sentiva indifesa e schiava di Michele Buoninconti

Gli esperti: «Era stata costretta negli anni a sacrificare i suoi bisogni per ubbidire agli ordini delmarito: avare, stirare, cucinare».  suoi figli interrogati dicono: «Quella mattina però era tranquilla una donna che ha  sempre temuto di  sbagliare, di esporsi a brutte figure, attenta alle apparenze, sempre accompagnata dal marito, da questi controllata, priva di autonomia verso il coniuge, ma affiancata dalla famiglia d’origine”. Questo è quello che gli psicologi nominati dalla Procura di Asti hanno scritto sulla personalità e le abitudini di Elena Ceste nella perizia psicologica contenuta nel fascicolo d’indagine.

Quando è scomparsa nel nulla, il 24 gennaio 2014, Elena Ceste aveva 37 anni. Casalinga, mamma affettuosa dei suoi quattro figli. Di lei non si è più saputo nulla per nove lunghissimi mesi. Fino allo scorso 18 ottobre, quando il suo cadavere è stato ritrovato casualmente a meno di un chilometro dalla villetta in cui viveva con la sua famiglia, a Motta di Costigiiole d Asti.

A ucciderla, secondo gli inquirenti, sarebbe stato il marito Michele Buoninconti, 45 anni, il quale poi si sarebbe disfatto del cadavere gettandolo nel canale di scolo che scorre lungo i campi vicino a casa. L’uomo è stato arrestato lo scorso 29 gennaio e si trova in carcere in attesa dell’eventuale processo. Dalle carte dell’inchiesta, appare molto evidente come la vita di Elena fosse totalmente condizionata dalla prepotenza del marito. Ecco un altro estratto dalla perizia psicologica sulla donna: «Elena Ceste risulta una persona che ha sviluppato un assetto difensivo importante, preoccupata di essere accettata, accondiscendendo gli altri, anche in ragione di un ipotetico vissuto che la porta a ritenere di non avere avuto un valore come gli altri, diffidando della possibilità di essere amata e benvoluta.

Al contrario, preoccupandosi di risultare all’altezza delle situazioni, capace e impegnata, proprio perché mancante di un valore intrinseco. Le relazioni pertanto la vedono andare verso chi la interessa, appare molto poco disponibile ad accogliere chi viene verso di lei, se lei non vuole, forse timorosa che si scopra il suo scarso valore o la si illuda o il confronto con le altre persone la veda perdente. L’autonomia va nella stessa direzione di non avere bisogno di nessuno. Su tale base non sviluppa una modalità libera, paritaria, semmai anche conflittuale di relazione. I bisogni profondi di riconoscimento e d’amore rimangono chiusi nel suo mondo interno. Casomai trovano risposte temporanee, da lei gestite, che le permettono l’illusioné di un legame, senza rischi di abbandono, dipendenza e ansia di perdita dell’oggetto dell’amore».

Nel ricostruire la personalità di Elena Ceste, i periti della Procura di Asti hanno messo in luce il radicale cambiamento avvenuto nel modo che la donna aveva di rapportarsi agli altri, proprio a partire da quando incontrò per la prima volta il suo futuro marito.

A quel tempo Michele faceva il conducente sugli autobus di linea a Torino. Scrivono gli psicologi: «NelPincontro con Michele, le esigenze di marito e moglie trovano un armonia, ma la dinamica familiare e gli impegni gravosi dello stile di vita portano Elena, appena si crea loccasione, a cercare piccole soddisfazioni allesterno. Il subentrato ritmo del quotidiano laveva condotta a reprimere i suoi bisogni in favore del compito di moglie e di madre. Erano tutti temi di preoccupazione e di disagio indotti dal marito: uomo attento alle apparenze, interessato a salvare Fidea di famiglia compatta, unita, tradizionale, religiosa, concentrata sul lavoro, sui figli, sulla casa, sulle ordinarie necessità del quotidiano. Niente fronzoli, niente superfluità, niente tecnologia, ma solo lavoro, risparmio, orto». Per Elena era un contesto molto frustrante. Il rigido controllo esercitato dal marito la costringeva a limitare al massimo i contatti con lesterno. Basti pensare che Michele non le permetteva nemmeno di andare dal parrucchiere. Pur di non farla uscire, era lui a tagliarle i capelli.

Ma Elena, a un certo punto, aveva sentito il bisogno di confidare il suo malessere a qualcuno. Per questo aveva incominciato a usare internet e Facebook, attraverso il quale era rientrata in contatto con i suoi amici di infanzia, in particolare con Paolo Lanzilli, il suo ex fidanzato del liceo. Si legge nella perizia: «In questo concetto di famiglia esistevano ruoli, non persone. Esistevano compiti, non affetti. La moglie si doveva dedicare alla casa, al ménage, ai figli. La moglie doveva lavare, stirare, innaffiare, sfamare gli animali da cortile. Per lei non cera e non cera mai stato spazio nell’auto a cinque posti, non c era distrazione per una passeggiata solitaria: doveri, tempi, funzioni, incarichi. L’assicurazione dell’auto della moglie veniva sospesa al cessare dell’anno scolastico. La macchina non era più utile per accompagnare i figli a scuola. Le altre esigenze connesse al ruolo di madre, donna di casa, affaccendata domestica, non necessitavano della macchina. Il risparmio era lo stile di vita. Si usava il telefono dalla tariffa migliore per orario e giorno della settimana. Nessuna possibilità per la moglie di garantirsi e assicurarsi riservatezza. Il solo modo per preservare se stessa dalle interferenze coniugali era stata Fimmediata cancellazione dei messaggi telefonici e tramite Facebook. Nessuna traccia doveva rimanere, al punto da adottare stratagemmi e convenzioni vocali nel caso in cui a rispondere al suo telefono fosse stato il coniuge o uno dei suoi figli. Questa era la vita di Elena Ceste in famiglia. Le veniva persino vietato Facebook».

Poi a un tratto il mondo di Elena era sembrato crollare: «Tutti sanno». Ma cosa? «Quando nel pensiero di Elena si insinua il sospetto che qualcuno renda noto il suo mondo nascosto di affetti, il sistema difensivo che Fha accompagnata per quasi quarant anni si sgretola. È condannata anche e soprattutto da un arcaico mondo normativo che convive con rimmaturità dei sentimenti. Di qui la crisi psicotica che le fa perdere il controllo sul dato reale. Di fatto, pur sofferente, sembra però rientrare nel ritmo quotidiano». Crisi scoppiata a ottobre, quando andò a confessarsi da don Roberto, ma subito superata. A testimoniare che la mattina del 24 gennaio 2014, cioè il giorno della scomparsa, Elena stava bene, sono stati proprio i suoi figli. Ecco cosa ha dichiarato la figlia più grande agli inquirenti: «Mamma era tranquilla, la sera del 23, la notte, così come la mattina seguente. Solo il papà ha parlato del suo mal di testa. Lei, però, sembrava serena proprio come gli altri giorni. Nessuna discussione sui messaggi del telefono. Mamma non era né preoccupata, né agitata, né triste».

Redazione

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