Giovanni Lo Porto, un drone americano lo uccide

Ci sono anche in Europa i Dottor Stranamo-re dal Drone Facile, pronti a usarli come toccasana contro i barconi degli scafisti schiavisti, come se fossero strumenti chirurgici – versione hi-tech delle bombe intelligenti -. Andatelo a spiegare ai familiari di Giovanni Lo Porto, 38 anni, cooperante siciliano, ucciso da un drone della Cia ai confini tra Pakistan e Afghanistan dopo oltre tre anni di prigionia – era stato rapito in Pakistan nel gennaio 2012. E chiedetelo a Barack Obama, che ai droni deve molti successi della sua Amministrazione nella lotta contro il terrorismo, o almeno nell’eliminazione di numerosi terroristi, ma che ha spesso dovuto esprimere le sue condoglianze per le vittime non previste, i “danni collaterali” di ogni guerra.

“È CON ENORME DOLORE che ci siamo resi conto che in un’operazione antiterrorismo a gennaio sono stati uccisi due ostaggi innocenti, prigionieri di al Qaeda”, ha annunciato la Casa Bianca. “I nostri pensieri vanno alle famiglie di Warren Weinstein, 72 anni, americano, ostaggio dal 2011, e Giovanni Lo Porto, italiano, ostaggio dal 2012”. Quando il presidente Mattarella lo citò, nel discorso d’insediamento in Parlamento, il cooperante siciliano era già morto. E quando Renzi andò a trovare Obama la settimana scorsa, il sospetto della Cia era quasi certezza: la riluttanza degli Usa ad armare i droni in possesso degli italiani, perché magari li usino in Libia, può anche avere radici in questa vicenda.

La notizia era ufficiale da mercoledì sera: il presidente Obama ne aveva personalmente informato proprio Renzi. Ma solo ieri è stata diffusa.

Nel comunicato, la Casa Bianca spiega che nell’attacco contro un edificio di al Qaeda,sono stati uccisi “accidentalmente” entrambi gli ostaggi: “Non c’era motivo di credere che all’interno del compound fossero presenti” i prigionieri. Un po’ come fra qualche settimana potremmo scoprire che non c’era motivo di credere che dentro un barcone ormeggiato da qualche parte lungo le coste della Libia e pronto a essere utilizzato dagli scafisti dormivano decine di migranti. Nell’operazione è stato ucciso anche Ahmed Farouq, cittadino americano tra i leader di al Qaeda. E in un altro raid nella stessa area è stato eliminato l’ex portavoce di Al Qaeda, Adam Gadahn.

È STATO OBAMA a decidere di desecretare le informazioni sull’operazione anti-terrorismo, condotta a gennaio per colpire un complesso di edifici occupati da al Qaeda, in cui si nascondevano i vertici dell’organizzazione terroristica. Sulla presenza di “vittime collaterali” nel raid, la Cia ha cominciato a indagare da febbraio: il complesso era tenuto da giorni sotto sorveglianza e non era stata segnalata la presenza di civili. Il presidente americano s’è assunto la “piena responsabilità” per la morte dei due ostaggi: “Come marito e come padre posso solo immaginare il dolore e l’angoscia delle due famiglie” per la perdita dei loro cari. Porgendo loro le “scuse più sentite”, Obama s’è detto convinto che “meritassero di conoscere la verità”: “Alcune operazioni anti-terrorismo devono rimanere segrete ma gli Stati Uniti sono una democrazia e quindi è giusto” riferire quanto successo. “L’operazione”, ha aggiunto il presidente, “è stata coerente con le linee guida anti-terrorismo”: “Si fanno errori, a volte mortali”, ha ammesso. Il ministro degli Esteri Gentiloni ha attribuito la responsabilità “interamente ai terroristi”. Fonti della procura di Roma escludono la possibilità di poter procedere con l’accusa di omicidio volontario, come nel caso di Mario Lozano, il militare Usa responsabile della morte di Nicola Calipari in Iraq.

Lo Porto era stato rapito il 19 gennaio 2012, mentre rientrava a Multan, nel Punjab pachistano, con un collega della Ong tedesca Welt Hunger Hilfe. Nell’ottobre del 2014, il collega era stato liberato e aveva raccontato che già da un anno i sequestratori avevano spostato Lo Porto. Con l’uccisione di Lo Porto, sono due gli ostaggi italiani ancora nelle mani di rapitori. Padre Dall’Oglio in Siria e il medico Ignazio Scaravilli in Libia. Non è la prima volta che un ostaggio italiano resta ucciso in un raid amico: era accaduto ad esempio nel 2012 in Nigeria, la vittima delle teste di cuoio inglesi fu l’ingegnere Franco Lamolinara.

Redazione

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