Lo Porto colpito a gennaio da un drone della Cia in un blitz contro al Qaeda

«Non ci sono parole per esprimere in modo adeguato questa tragedia». Il presidente americano Barack Obama ha annunciato così ieri mattina a Washington la morte di due operatori umanitari, l’americano Warren Weinstein e l’italiano Giovanni Lo Porto, vittime collaterali di un attacco americano alla base di Al Qaeda nella quale i due erano prigionieri». «Non avevamo modo di sospettare che i due ostaggi fossero nella base» ha confessato Obama, avaro nel rivelare altri dettagli sull’operazione, che si è svolta lo scorso gennaio. Il quotidiano Wall Street Journal avanzava l’ipotesi ieri che gli attacchi siano stati due. Il primo il 15 di gennaio, oltre che uccidere i due ostaggi ha eliminato il terrorista Ahmed Farouk di origini americane; il secondo, 4 giorni dopo, ha colpito un altro combattente nato in California: Adam Gadahn, divenuto un importante capo militare di di Al Qaeda.
Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha poi specificato che i militari statunitensi sorvegliavano da tempo il compound nel quale si trovavano Lo Porto e Weinstein, e che avevano già condotto centinaia di ore di monitoraggio dal cielo e da terra sull’attività che si svolgeva al suo interno. I dati raccolti avevano permesso di concludere che l’obiettivo era una base operativa del gruppo terroristico e come ale andava colpita. Gli americani non dispongono però di osservatori sul campo, e non erano in grado di stabilire con esattezza l’identità delle persone che si trovavano all’interno dell’edificio.
GLI INTERVENTI ARMATI
Nel 2004 l’amministrazione statunitense ha firmato un accordo mai ufficialmente riconosciuto con il governo pachistano, il quale autorizza l’intervento armato dell’Air Force contro le basi che Al Qaeda ha stabilito presso alcuni dei gruppi tribali loro alleati. Gli attacchi sarebbero stati condotti sulla base di questo patto, e probabilmente sarebbero rimasti anonimi se non fosse intervenuta la tragedia dell’uccisione di Weinstein e di Lo Porto. L’americano era anche lui un anziano operatore umanitario. Era stato catturato a Lahore nel 2011, quattro giorni prima della data prevista di ritorno degli Usa al termine di una lunga missione. La famiglia ha sperato per anni in un suo rilascio, ma di fronte alla notizia dell’uccisione la moglie Elaine ha espresso la profonda frustrazione per i pochi sforzi che l’amministrazione di Washington ha compiuto per iniziare una trattativa che portasse alla liberazione.
LA TELEFONATA A RENZI
«Come presidente e come capo militare degli Usa mi assumo la piena responsabilità di quanto è accaduto. Risarciremo le famiglie» ha detto ancora Obama, prima di chiedere scusa. Nella serata di mercoledì, quando il dossier era stato declassificato dal Pentagono, il presidente aveva chiamato il premier Renzi per comunicargli di persona l’accaduto. Obama ha assicurato che gli Usa hanno agito in questo caso in osservanza di protocolli legalie che l’errore, per quanto riprovevole, non era evitabile sulla base delle informazioni acquisite. Nel suo breve discorso si è vantato della trasparenza che ha permesso di rendere pubblica la notizia: «L’America è un paese democratico, e per quanto dolorosa, questa verità potrà perlomeno portare un po’ di sollievo alle famiglie delle vittime».
L’impiego dei droni americani in Afghanistan e in Pakistan è in realtà fortemente diminuito negli ultimi mesi, dopo la pubblicazione di rapporti che avevano denunciato la scarsa attendibilità dei risultati e l’alto numero di morti tra i civili che le esplosioni hanno causato in passato. Il loro abuso negli ultimi anni ha alimentato reazioni violente di antiamericanismo nelle zone colpite, e l’amministrazione ha ordinato un drastico taglio delle missioni.

Redazione

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