Sexy chat, maxi ricatto: Ti spogli in chat e poi ti chiedono il pizzo

E’ finito il tempo del romanticismo, in cui davanti a ima storia finita male si potevano fare citazioni del tipo: «pensavo fosse amore, invece era un calesse». Nella nostra realtà, il titolo del film di Massimo Traisi diventa quasi certamente: «pensavo fosse amore, invece era im ricatto». Il paradosso è che il fenomeno del “sexual extortìon” (sextortion, nel gergo internet-tìano) cresce di pari passo con la Rete, attraverso tecniche sempre più sofisticate. Dove scatta l’adescamento? Ci si iscrive a una sexy chat, come http://cam4.com, e si inizia a guardare le ragazze (o i ragazzi) che si spogliano per soddisfare il proprio desiderio di trasgressione.

Durante la visione si può chattare in realtime. Qui, con atte suprema, la ragazza (o il ragazzo) inizia a presentarsi, fornendo naturalmente dati falsi, come è stato dimostrato dai numerosi arresti avvenuti in tutto il mondo. L’idea di fondo è dimostrare alla vittima un’attenzione particolare, che sin da subito diventa morbosa. Così, l’adescatrice posta il suo contatto Skype o Facebook, chiedendo l’amicizia. Raggiunta una certa sintonia, che può accadere anche nei primi 10 minuti di conversazione, viene chiesto alla vittima di spogliarsi, magari in privato su Skype. Qui inizia il vero e proprio incubo. Dietro il partner occasionale-virtuale si nasconde spesso un’organizzazione criminale che provvede a registrare e conservare lo spogliarello della vittima.

Ciò fatto, avviene il ricatto, con la richiesta di 500 o anche 1.000 euro per evitare che il filmato venga reso pubblico e, in tal modo, che la reputazione venga compromessa. Se è stata accettata l’amicizia su Facebook, magari senza precise regole di nrivacv, i malfattori riescono persino a ricostruire la nostra rete di conoscenze, aumentando il potere di ricatto. Chiaramente, l’organizzazione non ha quasi mai l’intenzione di accontentarsi della prima somma richiesta. Se la vittima paga, per stare tranquillo, le richieste andranno avanti fino a raggiungere somme che possono facilmente superare i 20 mila euro. In questi casi, è sempre consigliabile rivolgersi itila Polizia Postale, per denunciare l’accaduto, e cercare di far rimuovere l’eventuale pubblicazione sui social network o su Youtube. Una volta che la frittata è fatta non si può fare altro che cercare di contenere i danni.

CHI SONO LE VITTIME?

In Italia, il fenomeno del sextortion è in crescita. Nella sola Provincia di Catania, dal 2014 ad oggi, si sono verificati ben 51 casi denunciati, mentre a Torino la polizia postale riceve in media una chiamata al giorno, delle quali una minima parte si tramuta in un’inchiesta della magistratura.

La bande criminali, provenienti dall’Est Europa o dall’Africa, arruolano belle ragazze e ragazzi nei loro Paesi e creano falsi profili sui siti di incontri. Tra le vittime preferite, come risulta dalle denunce, ci sono professionisti, notai, avvocati (single o sposati), qualche volta anche donne e spesso ragazzi (minorenni), i quali possono convincersi, molto ingenuamente, di aver trovato l’anima gemella. Ma la richiesta di riscatto arriva puntuale!

CHAT E APP

Tra gli adulti, i servizi più frequentati dagli estorsori sono, paradossalmente, quelli dove c’è più possibilità di adescamento. In Italia, oltre a servizi come Cam4, più espliciti, le organizzazioni creano falsi profili anche su Meetic e Badoo, ma non disdegnando i social network più usati come Facebook e persino Linkedln. Vi è quindi tutta una serie di servizi appositamente dedicati alle sexy chat, come Chatrandom (http:// it.chatrandom.com), ChatRou-lette (http://streamberry.com/ chatroutette), CamZap (http:// it.camzap.com/ttrouiette), Bazzo-cam (http://it.chatroulettesites. com/bazoocam), CiaoAmigos (www.ciaoamigos.it).

La diffusione di app a sfondo erotico, poi, non poteva non essere colta dalle bande organizzate. Per questo vengono prese di mira alcune app, come Snapchat (www. snapchat.com), dove le principali finitrici, come risulta da una recente statistica, sono ragazze di scuola superiore con età compresa tra i 14 e i 19 anni. Le foto finiscono spesso su Instagram. In questo senso, gli utenti più giovani si muovono su binari molto pericolosi. Da una parte c’è l’esposizione a possibili episodi di “revenge porn”, diffusi proprio tra i teenager; dall’altra, sono facilmente manipolabili da persone che di mestiere prendono in giro gli altri. In quest’ultimo caso, il ricatto è alle porte.

Trend Micro (www.trendmicro.it), azienda specializzata in sicurezza informatica, ha recentemente pubblicato un interessante rapporto sulla pratica del sextortion, evidenziato le nuove tecniche usate in questo crimine informatico. Il rapporta fa esplicito riferimento a un caso osservato in Asia, dove i malfattori hanno reso più efficace la pratica del ricatto combinando la registrazione dei video all’uso di un malware per smartphone. Con uno stratagemma la donna riusciva a convincere le vittime a scaricare e installare sui telefonini Android un’app, contenente in realtà il co-dice malevolo. I criminali riuscivano così a rubare la lista dei contatti rendendo la loro azione intimidatoria più efficace, minacciando di contattare le famiglie e gli amici.

PREVENIRE È MEGLIO…

Per non incappare in problemi, meglio adottare da subito alcuni accorgimenti. Non diffondere mai dati inerenti i propri profili social, gli indirizzi di posta elettronica, gli account a servizi di instant messa-ging. Nel caso usiamo questi dati, limitiamo al massimo la privacy, cercando di evitare che utenti che non conosciamo bene possano accedere ai dati dei nostri contatti. Se ci troviamo difronte alla pubblicazione di un video, chiediamone la rimozione. Tra l’altro, le principali piattaforme non sono molto inclini alla pubblicazione di contenuti a carattere pomografico. È possibile che qualcosa ci sfugga. Proprio per questo è sempre meglio prevenire.

Redazione

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