Omicidio Yara Gambirasio: Bossetti finalmente a processo Ma con un anno di ritardo

Massimo Bossetti è stato rinviato a giudizio e – anche se la riflessione può sembrare azzardata – per lui è quasi una buona notizia. Già, perché il muratore di 44 anni, accusato dell’omicidio della piccola Yara Gambirasio – sparita da Brembate Sopra il 26 novembre 2010 e ritrovata morta, tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’Isola – e in carcere dallo scorso 16 giugno, finalmente avrà la possibilità di difendersi dalle accuse (pesantissime: il suo dna trovato sui leggins della ragazzina) senza più dover aspettare i tempi di una giustizia che va al rallentatore e che rimanda, riflette, rinvia.

Temporeggia. Con la conseguenza di innescare un meccanismo perverso che, in casi come questo, porta, durante la lunga attesa, a processi mediatici, illazioni e interpretazioni (l’ultimo video dell’arresto e i relativi dibattiti e commenti, tanto per fare un esempio) troppo spesso al limite della decenza. Sì, 323 giorni in carcere in queste condizioni, con questa attenzione e pressione, sono troppi per chi è in attesa di giudizio: in un paese civile non dovrebbe succedere. E questo al di là che Bossetti sia innocente o colpevole.

Il processo, finalmente. Eccolo. Il carpentiere comparirà per la prima volta davanti ai giudici della Corte d’assise di Bergamo il prossimo 3 luglio: l’ha deciso ieri il gup di Bergamo, Ciro Iacomino, accogliendo così la richiesta del pm Letizia Ruggeri. I due elementi più attesi dell’udienza preliminare erano la presenza in aula dell’imputato (e le sue dichiarazioni spontanee per ribadire la propria innocenza) e la richiesta avanzata dai suoi legali: Claudio Salva-gni e Paolo Camporini. Bossetti è arrivato in tribunale (il piano in cui si è svolta la seduta era stato interdetto alla stampa) con grande anticipo in un furgone della polizia penitenziaria ed è entrato da un accesso secondario per non incrociare telecamere e cronisti.

L’udienza, a porte chiuse (in aula non c’erano Fulvio e Maura, i genitori di Yara, la cui presenza non era necessaria: si sono costituiti parte civile così come ha fatto Keba, la sorella della ginnasta diventata maggiorenne), è iniziata con le due eccezioni di nullità presentate dalla difesa. La prima riguardava il capo di imputazione che – secondo gli avvocati – presenta un doppio luogo di commissione del delitto: Brembate Sopra e Chignolo; la seconda era la richiesta di nullità o inutilizzabilità degli accertamenti biologici compiuti dal Ris in quanto eseguiti con lo strumento della delega di indagine e non, invece, con l’avviso alle parti (questultima questione era già stata respinta dai giudici del tribunale del Riesame, ma la Cassazione non ha ancora depositato le motivazioni).

Entrambe le eccezioni sono state respinte dal gup, che ha però sospeso poco dopo l’udienza per una terza eccezione presentata sempre dalla difesa: la richiesta di un incidente probatorio sul Dna di Ignoto 1 e una lunga serie di accertamenti biologici. Sugli slip di Yara c’è almeno un’altra traccia definita «non interpretabile» e su questo la difesa di Bossetti ha puntato nel tentativo di mettere in discussione le indagini scientifiche insinuando il dubbio che gli inquirenti non abbiano percorso fino in fondo vie alternative a quella che ha portato in cella l’unico indagato. E proprio in rapporto a questo argomento, durante il dibattimento, l’avvocato Salvagni ha spiegato che i Ris avrebbero trovato sul pube di Yara tracce biologiche ignorate però dagli inquirenti.

Niente da fare. Il risultato è stata un’altra respinta. Ed è stata una decisione non da poco: se l’eccezione fosse stata accolta sarebbe potuto scadere il termine della custodia cautelare in carcere di Bossetti (è il prossimo 16giugno) e si sarebbe andati verso un clamoroso colpo di scena.

Tre no. E all’uscita dal tribunale i due difensori si sono detti «amareggiati», soprattutto per il fatto che il gup non abbia disposto accertamenti come la ripetizione dell’esame del Dna. «È la prima volta – ha spiegato l’avvocato Paolo Camporini – che vedo non disporre un incidente probatorio perché richiederebbe troppo tempo in considerazione della scadenza dei termini di custodia cautelare. Questo, invece, era un accertamento necessario anche per capire, appunto, se una persona in carcere deve rimanerci».

Massimo Bossetti, contro cui pesano, oltre alla prova del dna, altri indizi come le celle telefoniche, il furgone ripreso dalle telecamere e le presunte contraddizioni nei dialoghi intercettati in carcere con la moglie, ha sempre detto di volersi difendere a dibattimento, senza riti alterativi. E così sta facendo. Una scelta netta e rischiosa: in caso di condanna rischia l’ergastolo.

Redazione

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