Italicum, Renzi ha i voti ma mette la fiducia

«È chiaro che una scissione ci sarà», riflette a sera Matteo Renzi coi suoi. «Cercheranno una pattuglia di salvataggio prima delle elezioni». Magari, è il ragionamento, con lo sbarramento al 3% previsto proprio da quell’Italicum che, ironia della sorte, non vogliono votare, «qualcuno a salvarsi lo stipendio ce la farà». Pausa. «Facciano pure». Tanto, «il nostro Pd è già ora diverso dal Pd di Bersani». I flussi elettorali, spiegano i suoi collaboratori, dicono che il Pd a guida Renzi ha già conquistato il voto moderato. «E lo conquisterà sempre di più, vista la crisi del centrodestra». Dunque, se anche altri dovessero seguire Pippo Civati e Stefano Fassina, che sono considerati già fuori dal Pd, pazienza. «Facciano pure».

Parole durissime che arrivano dopo l’annuncio di Roberto Speranza, ancora capogruppo del Pd sebbene dimissionario, di non votare la fiducia posta dal governo sulla legge elettorale. Un atto che a Palazzo Chigi viene considerato «gravissimo». I giudizi volati all’indirizzo dell’ex capogruppo sono irriferibili. In ogni caso, Renzi non si ferma. Anzi. Il guanto di sfida della minoranza lo ha caricato ancora di più.

Finisce così, con un Pd davvero sull’orlo della spaccatura, una giornata che per il governo era stata numericamente vincente. Con uno scarto di 175 voti, infatti, la maggioranza ha superato il primo scoglio sull’Itali-cum, bocciando prima con 384 voti, poi con 385 le pregiudiziali di costituzionalità e di merito presentate dalle opposizioni. Stessa sorte era toccata poco prima alla questione di sospensione, respinta con 369 voti a scrutinio palese. Sulla carta la maggioranza doveva disporre di 396voti. Ma, se simet-tono in conto le assenze, i numeri della maggioranza erano 381. Quindi teoricamente sarebbero 4 e 5 i voti in più. Ma visto che qualche voto potrebbe essere mancato anche nella maggioranza, in particolare nel Pd, sebbene la minoranza abbia dichiarato di aver votato secondo la linea del gruppo, i voti arrivati dalle opposizioni sarebbero di più. Nella war room del premier si calcola che sono stati 18 i voti aggiuntivi sulla pregiudiziale. E si tratterebbe di un soccorso “azzurro” che va oltre il gruppetto vicino a Denis Verdini, formato da una decina di deputati.

Nonostante questo, il governo ha deciso di mettere la fiducia. Una decisione che tra i fedelissimi del premier si definisce «inevitabile», oltre che prevista. «Non c’è mai stato un momento in cui era vacillata l’intenzione dimetterla». Con questo clima e in questo contesto politico, si spiega, non si poteva avere la certezza di passare indenne un’ottantina, se non di più, di voti segreti. Tanti quelli possibili sugli emendamenti che sarebbero rimasti. Naturalmente la versione ufficiale è quella che Renzi ha scritto in un tweet: «La Camera ha il diritto di mandarmi a casa, se vuole: la fiducia serve a questo. Finché sto qui, provo a cambiare l’Italia». Come ha spiegato il senatore Andrea Marcucci, ren-ziano doc, «chi vuole mandare a casa Renzi e fermare il cambiamento, può respingere l’Ita-licum e negare la fiducia al governo. Potràfarlo avisoaperto, e non nascondendosi con il voto segreto». La sfida è lanciata. «Dopo annidirinviinoicipren-diamo le nostre responsabilità in Parlamento e davanti al Paese, senza paura», ha scritto ancora Renzi. È convinto di avere dalla sua la maggior parte degli italiani. «Di tutta questa bagarre», dice un suo fedelissimo, «alla fine resterà che Renzi è riuscito a costringere il Parlamento a cambiare la legge elettorale». La decisione di accelerare sui tempi, di non sfruttare le pieghe del regolamento per un rinvio poggia proprio sulla valutazione che il danno di immagine di un Pd spaccato sarà marginalizzato dall’idea che qualcuno finalmente decide.

Certo, c’è apprensione sul voto finale che sarà segreto. Ancora non si sa se sarà giovedì sera (come vorrebbe Renzi) o lunedì. Di sicuro è un «passaggio delicato», si dice, anche se viene affrontato con «relativa tranquillità». Forti del fatto che «nessun deputato alla fine vuo -le andare a casa, a cominciare dai grillini…». Piuttosto, la preoccupazione di Renzi è evitare che la «propaganda della mino -ranza» su unapresuntaforzatu-ra democratica non passi. Nel Paese e nel Pd. Per questo, a sera, è intervenuto altgl, difendendo la scelta di mettere la fiducia: «Non c’è cosa più democratica: se passa si va avanti, se no si va a casa. Questo è il governo del coraggio, non quello che rimane aggrappato allapol-trona», ha detto. Quanto alla minoranza interna, la valutazione che si fa a Palazzo Chigi è che lo show down ci sarà dopo le elezioni regionali. «Ci sarà qualche esodo, poi gli altri valuteranno il da farsi». Ma nessuno li rincorrerà. Intanto, insieme alla parola «scissione», ricompare anche quella di «voto anticipato». Ottenuta la pistola carica, non è detto che non si prema il grilletto. Magari nell’autunno dell’anno prossimo, dopo il referendum confermativo della riforma del Senato.

Redazione

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