Reddito di cittadinanza, il Pd chiede uno sconto (Virginia Della Sala)

Apparentemente non c’è violenza: si invocano il dialogo, la collaborazione, il raggiungimento degli obiettivi comuni. Ma basta scavare un po’ per accorgersi che sulla proposta di legge sul reddito di cittadinanza, Pd e Movimento 5 Stelle sembrano destinati a non trovare un accordo, anche se in pubblico i toni sono concilianti.   Ieri, infatti, il deputato dei Cinque Stelle e vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ha ribadito quanto già detto in un’intervista a La Stampa: “Siamo disposti a tutto il dialogo possibile con il Pd – ha spiegato durante un’iniziativa al cantiere della stazione Tav di Firenze, dettando la linea a tutto il Movimento – ma 780 euro al mese non sono un capriccio, sono la soglia di povertà”.

Ed è invece proprio su questa cifra, quella al di sotto della quale un individuo è considerato poveri, che il Pd e gli altri partiti non sono disposti a trattare. Per i Dem, minoranza compresa, 780 euro sono troppi.   La proposta di legge sul Reddito di Cittadinanza presentata dal M5s prevede che tutti, cittadini italiani ed europei maggiorenni, abbiano assicurata una quota di 780 euro mensili. Un reddito minimo, appunto, che corrisponde a un’operazione da 17 miliardi l’anno. 

  Non è però la sola proposta sul tavolo. In analisi, in Commissione, ci sono anche la proposta del “reddito minimo garantito” di Sel (una media di 600 euro al mese), quella dell’ Area Riformista (la minoranza del Pd) che propone 500 euro che aumentano in base ai componenti della famiglia del beneficiario e che, in realtà, costituiscono un “sussidio universale per chi perde il lavoro” e la proposta di Francesco Laforgia e Gianni Cuperlo che, invece, prevede un aumento progressivo delle risorse (da 1,7 a 7,1 miliardi dopo quattro anni).   E queste differenze si proiettano nelle posizioni della Commissione al Senato dove la maggior parte degli esponenti Pd non sembra appoggiare la proposta del Movimento. O meglio: tutti appoggiano l’idea, ma non l’entità del provvedimento. 

  “Diciassette miliardi sono troppi – spiega al Fatto Quotidiano la senatrice pd Erica D’Adda    soprattutto dopo il calo di risorse generato dalla sentenza della Consulta sulle pensioni”. L’idea della D’Adda è procedere in modo graduale: si mettono in campo 7 miliardi nel primo anno, che cresceranno nel giro di tre. Ad avere dubbi sullaproposta dei Cinque Stelle è anche il senatore Pietro Ichino: “Mi sembra molto improbabile che venga approvato così com’è   – spiega – anche perché non accade mai che un disegno di legge sia approvato senza modifiche. La definizione di reddito minimo di cittadinanza, poi, implica che chiunque, per il solo fatto di essere cittadino italiano, ha diritto a questo trattamento. Ma questo oggi accade solo in Alaska. Dobbiamo invece lavorare per un trattamento di disoccupazione a carattere assistenziale”. 

  Annamaria Parente (Pd) è la relatrice in Commissione per la proposta sul Reddito di Cittadinanza. Sottolinea che c’è grande collaborazione con Il M5s, ma che il tema non è dei più semplici: “Dobbiamo distinguere tra chi ha già lavorato e chi no – dice al Fatto–. Bisogna provvedere prima a chi ne ha davvero bisogno, i famosi ultimi, capire cosa della proposta del M5s è già contenuto nel Jobs Act e intensificare i controlli sul lavoro nero. Le priorità della Commissione devono essere queste”. Per il gruppo misto, la voce contraria è quella di Alessandra Bencini, ex Movimento 5 stelle e tra le prime firmatarie della proposta: “Il M5s può anche essere irremovibile – dice – ma deve fare i conti con la realtà. Mi chiedo se scegliere la cifra dei 780 euro sia giusto nei confronti di chi lavora e ha magari uno stipendio di 800 euro. Perché lavorare, se posso averli stando comodamente a casa? È vero che andrebbe tutto incluso in un circolo virtuoso, ma ci sono degli oggettivi limiti organizzativi”. Al di là delle contrapposizioni, la proposta è ancora in alto mare. “I Cinque Stelle continuano a chiedere di essere auditi – spiega la vicepresidente della Commissione Maria Spilabotte -e non riusciamo a passare alla fase del dibattito. E finché non ci sarà dibattito, sarà difficile dire quale sia la posizione della Commissione sulle proposte”. Eppure, se è la somma a fare il totale, non è difficile prevederla. Da Il Fatto Quotidiano del 12/05/2015.

Redazione

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