Rivolta anti-Renzi sui social: io, insegnate mai più col Pd

L’ ultima protesta, in ordine di tempo, si terrà oggi. Giornata di prove nazionale dell’Invalsi, il sistema di misurazione delle scuole italiane, per il quale è stato indetto uno sciopero dai Cobas e che, secondo alcune ipotesi che circolano nei siti dedicati alla scuola, potrebbe vedere il boicottaggio da parte di uno studente su quattro.

SE MATTEO RENZI vuole la prova di forza ha trovato un fronte molto ampio disposto a contraddirlo. Fino all’estrema conseguenza del boicottaggio elettorale. Ne sono una prova le centinaia di messaggi che il premier va raccogliendo in calce ai suoi post su Facebook. Una valanga di “non voterò mai più Pd” inviati sia da ex elettori del Partito democratico sia da insegnanti che si dicono “delusi” dalla riforma della scuola. Eccone alcuni: “Non voterò piu PD perché indignata dal DDL buona scuola!!!!”. Oppure: “Io non sono una insegnante ma sono indignata comunque” o, ancora: “Tu ci licenzi e noi balliamo, la buona scuola siamo noi…”. Centinaia e centinaia di messaggi che accompagnano i post di Renzi.

Hanno cominciato ieri mattina con il messaggio di auguri per la Festa della Mamma. Poi, sono proseguiti quando il premier ha pubblicato le foto dei suoi incontri con i tennisti Fabio Fognini e Simone Bolelli. Ma anche il post sull’incontro con Raul Castro e messaggi più vecchi fino a ieri quando Renzi ha brindato alle notizie circa i dati sui nuovi contratti scaturiti dal Jobs Act.

La protesta telematica si è così guadagnata la replica, un po’ surreale, del sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone: “Gli insegnanti ci hanno preso in parola. Noi vogliamo ascoltare sul serio, se i professori reputassero inutile l’interlocuzione con il governo – sottolinea – non utilizzerebbero i mezzi più vari per comunicare con noi”. In realtà, gli insegnanti stanno esprimendo una netta contrarietà e i messaggi sulla “bacheca” del premier non sembrano proprio una richiesta di dialogo che, peraltro, finora è andata delusa.

Se si tratti di propaganda o di reale volontà di apertura lo si vedrà nei prossimi giorni quando il provvedimento arriverà in aula. Un segnale ulteriore lo si avrà stamattina quando le 32 associazioni dell’appello che chiede al governo di rivedere la riforma (tra i firmatari, oltre a Cgil, Ci-sl e Uil, l’Arci, il Forum Terzo Settore, l’Azione cattolica) incontreranno i deputati Pd in un incontro pubblico. Lì si misureranno impegni e propositi dopo il voto in commissione che ha licenziato un testo sostanzialmente analogo a quello iniziale. Sempre oggi, poi, ci sarà un nuovo flash-mob spontaneo organizzato dalle insegnanti “con il lumino”, quelle cioè vestite di nero e scese in piazza a lutto per la morte della scuola pubblica. Una proposta diversa arriva dal leader storico dei Cobas, Piero Bernocchi, che propone ad associazioni, sindacati e genitori di andare oltre il solito sciopero – costoso e disagevole per le famiglie – e organizzare una grande manifestazione di domenica, magari il 7 giugno.

LA DISTANZA tra il governo e i sindacati è confermata dallo scontro registratosi ancora ieri tra la ministra Maria Elena Boschi e Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. Domenica scorsa la ministra aveva dichiarato che la “scuola solo in mano ai sindacati non funziona”. Replica immediata ieri di Camusso che ha accusato Boschi di un atteggiamento che “conferma l’arroganza e il disprezzo della democrazia. La scuola non è dei sindacati ma nemmeno proprietà privata del governo”. Ieri sera la ministra ha provato ad abbassare i toni, rivendicando però le proprie parole e quindi, la sostanza dello scontro.

Il problema è che, dopo uno sciopero di proporzioni mai viste – 65% di adesione a livello nazionale – tutti si aspettavano qualcosa in più dal governo. Il dibattito a livello parlamentare, per chi lo vive dall’interno, del resto, conferma un certo spaesamento dei deputati che hanno iniziato a percepire il danno elettorale che la testardaggine del governo potrebbe produrre. Nonostante tutto, le modifiche al Ddl sono state davvero minime. Qualcosa sul preambolo che descrive i “valori” della scuola, qualche ritocco al principio dell’autonomia scolastica che, però, resta il cardine della riforma che non tocca i tanto contestati poteri del preside appena affievoliti da un “Comitato di valutazione” per quello che riguarda i bonus di merito agli insegnanti o la possibilità per i docenti di “autocandidarsi” nell’assegnazione agli istituti.

RESTANO PERÒ tutti i meccanismi maggiormente contestati, compreso quello relativo alle nuove assunzioni che lascia fuori gli abilitati Tfa e Pas per i quali non si va oltre l’indizione di un concorso apposito (senza contare i docenti di terza fascia che non vengono più considerati). Resta intatto il finanziamento del 5×1000 alle singole scuole con la conseguenza che quella a utenza più “ricca” saranno finanziate meglio, mentre le altre dovranno essere finanziate solo dallo Stato (cioè male).

In Rete, infine, in queste ore gira un’altra accusa: l’ultimo provvedimento che dava pienamente ai presidi il potere di conferire gli incarichi ai docenti risale al 1923. È la riforma Gentile e all’epoca governava Mussolini. Ma i docenti, forse, sono prevenuti.

Redazione

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