B.B. King, addio leggenda blues

L’ultimo blues B.B.King l’ha suonato nella sua villa a Las Vegas, probabilmente sognando di poter tornare ancora una volta in pista con le sei corde della sua Lucille: respirare e suonare per lui erano la stessa cosa. E ha smesso di fare le due cose a 89 anni, 70 dei quali passati a macinare concerti uno dopo l’altro, a ritmi imbattibili: nel 1956 ne fece addirittura 342, poi è andato avanti per almeno mezzo secolo a botte di 250-300 l’anno. Solo negli ultimi tempi, afflitto dal diabete e dal cuore, aveva ridotto le serate a cento, sfidando i medici e venendo meno alla promessa lanciata con il tour dell’addio, diventato un saluto infinito.

PERFORMANCENon aveva voglia di fermarsi Blues Boy, il ragazzo del blues di Beale street, la strada della musica di Memphis. A ottobre l’ultima performance a Chicago, finita con un collasso e la rabbia della figlia Shirley, la più grande dei suoi 15 figli, contro la storica manager del padre, tanto da fargli causa accusandola di sfruttarlo, trascurando la sua salute (mentre un’altra figlia, Patty, ha sostenuto che gli avesse rubato anche dei soldi). Proprio pochi giorni fa, LaVerne Toney, è stata assolta per mancanza di prove.

Probabilmente la storia non finirà qua (c’è in ballo un’eredità molto sostanziosa), ma è difficile pensare che Blues Boy non fosse d’accordo ad andare avanti fino all’ultimo respiro, come ha fatto per tutta la vita. Una storia infinita che non solo gli ha dato ricchezza (case e una catena di locali in tutti gli Stati Uniti), ma soprattutto lo ha reso uno dei musicisti più celebrati e amati, capace nel momento dell’addio di mettere insieme la ritualità della commozione e un’impressionante collezione di testimonianze, compresa quella del presidente degli Stati Uniti Obama, che lo ha definito «Una leggenda dell’America», immaginando «una fantastica jam session di blues in Paradiso».

LA VITALa vita di B.B. King, del resto è esemplare. E’ la storia di un bambino orfano che a sette anni raccoglieva cotone e guidava trattori nelle piantagioni del sud e che diventa un vero e proprio maestro da cui prendere ispirazione, un esempio clamoroso della capacità comunicativa semplice, diretta, eterna del blues. L’elenco è lunghissimo e va da Eric Clapton a Jimi Hendrix, a John Mayall, a Buddy Guy, tutti segnati da quelle sue note lunghe, accompagnate da un vibrato insistito, quel suo modo di suonare per frasi brevi, semplici e chiarissime, dal suo gusto per le linee melodiche nette e chiare, dalla capacità di rendere popolare e commestibile per tutti la profonda lezione del blues. Un modello cercato dai grandi del rock, dai Rolling Stones che lo chiamarono ad aprire i loro concerti nel ’69, agli U2 che vollero omaggiarlo con When Love Comes To Town, ai tempi di Rattle and Hum, da David Gilmour persino a Pavarotti, che lo chiamò per una delle sue serate a Modena assieme a Zucchero. MISSISSIPPI«Ho sempre pensato che il blues non debba essere necessariamente cantato e suonato da una persona che viene dal Mississippi.

La gente ha problemi in qualsiasi angolo del mondo. E finché la gente avrà problemi ci sarà il blues», diceva. Probabilmente la popolarità di B.B.King sta proprio nel fatto di essere stato il meno rigorosamente nero dei grandi bluesmen (da Howlin’ Wolf a Muddy Waters, Willie Dixon, John Lee Hooker) sia pure profondamente legato alla sua storia, partita con un quartetto gospel e poi segnata da un primo hit di rhythm ‘n’blues nel ’51, con Three O’Clock Blues.
Da allora di successi ne ha segnati moltissimi (su tutti il classico The Thrill is gone) ha ricevuto 15 grammy, ha suonato in ogni angolo del mondo (tante volte in Italia).
INCENDIOAd accompagnarlo l’inseparabile Gibson ES 355 custom battezzata Lucille nei primi anni 50, quando riuscì a salvarla da un incendio rientrando in un locale che aveva preso fuoco dopo una rissa scoppiata per una cameriera che si chiamava appunto Lucille.

Redazione

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