Banda larga Poche illusioni, il governo non comanda i big

Banda Larga

Nelle ultime settimane è tornato in auge il dibattito sulla banda larga (l’ultima sorpresa è il coinvolgimento dell’Enel e di Terna, guidate da Francesco Starace e Matteo Del Fante), con il suo allegato di sempre: la «cabina di regia» governativa. Al punto che forse è bene, per chiarezza, porre una domanda: siamo sicuri che esista (e che serva) una cabina di regia governativa?

L’impressione è che l’opinione pubblica, magari anche per colpa di noi giornalisti, rischi di farsi un’idea sbagliata. Si convinca cioè che il governo, tanto più perché rappresentato da un politico giovane e determinato come Matteo Renzi, sia in grado di pilotare le scelte di grandi aziende private orientandole verso il raggiungimento degli obiettivi europei.

So che, per molti, è superfluo dirlo: ma le cose non funzionano così. Le grandi aziende come Telecom Italia, Vodafone, Fastweb, Wind e 3, in maggioranza a capitale estero, si muovono secondo i propri programmi e non si fanno dirigere da cabine di regia. Certo, il governo e le istituzioni pubbliche, ad esempio le authority, possono condizionarle, anche pesantemente, ma il proprio pallino strategico lo tengono saldamente in mano loro e i loro azionisti.

La cabina di regia insomma c’è, ma si limita agli interventi nelle zone in cui il mercato non arriva e serve la mano pubblica.

Il governo, come si sa, ha suddiviso cromaticamente il territorio in aree bianche (dove non ci sono infrastrutture a banda larga ed è improbabile che ce ne siano nel futuro prossimo), grigie (dove c’è un unico operatore di rete, che molto probabilmente resterà solo anche in futuro) e nere (dove sono presenti almeno due fornitori a banda larga, in concorrenza tra loro).

Ora, pur essendo l’Italia difficile da racchiudere nelle suddivisioni a tavolino in quanto varia, articolata e ricca di sfumature di grigio (ben più di cinquanta), il governo, attraverso il braccio pubblico di Infratel, interviene nelle prime, le aree bianche. Che cosa fa? Pianifica. Pianifica interventi che, altrimenti, non sarebbero coperti dall’iniziativa di mercato. Come avviene in tutti i Paesi dell’Occidente.

Nel nostro, però, anche il dibattito sulla banda larga tende ad assumere colori e toni esageratamente drammatici, cupi, ben più foschi del dovuto. L’Italia è in ritardo, l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Certo, non siamo digitali come la Svezia, ma un giudizio un po’ più sfumato, più «granulare», come dice l’esperto Luigi Prosperetti, bisognerebbe pur riuscire a darlo.

Innanzitutto — lo rivela indirettamente la stessa ripartizione in aree — non c’è un’«emergenza nazionale», bensì un digitai divide che riguarda alcune zone del Paese. Ma, soprattutto, si commette l’errore di considerare prevalentemente, se non esclusivamente, le infrastrutture a banda larga fissa: come se gli smartphone servissero solo a mandare sms e non anche a gestire miliardi di applicazioni video. Se si considera anche la banda larga mobile, com’è logico, il gap italiano risulta infatti molto meno profondo.

Se poi si alza lo sguardo al mondo, si vede che, nei Paesi tecnologicamente e seriamente più dirigisti, come la Corea del Sud, l’attenzione del decisore pubblico non si limita alle infrastrutture e all’offerta, ma si estende alla produzione dei contenuti, allo sviluppo della domanda e all’alfabetizzazione digitale.

In questo campo il governo italiano potrebbe intervenire efficacemente e molto di più come regista, sollecitando un maggiore impegno della scuola, della pubblica amministrazione e della Rai.

Palazzo Chigi, in conclusione, fa bene a mostrare impegno e determinazione innovatori, ma non dovrebbe incoraggiare l’illusione che la «cabina di regia» possa fare miracoli. Non può, se non nella fiction.

Redazione

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