Anticipazioni Chi l’ha Visto? oggi mercoledi 20 maggio: Emanuela Orlandi, ilfratello si oppone alla procura

Non hanno neanche avuto il coraggio di avvertire la famiglia, lo abbiamo saputo dalla stampa. Comportamento meschino da parte della Procura, in linea con quello della Santa Sede. In questo momento non ho  parole per esprimere la delusione provata. Ma se pensano che questo possa fermarci si sbagliano di grosso. Stanno cercando di uccidere la giustizia, ma noi arriveremo comunque alla verità». È stato questo il primo commento di Pietro Orlandi, 56 anni, su Facebook, lo scorso 5 maggio, alla notizia della richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma per la scomparsa di sua sorella Emanuela. Si avvia, quindi, a rimanere un mistero insoluto il caso della quindicenne cittadina del Vaticano di cui sono si sono perse le tracce dal 22 giugno 1983, e per le quali erano finite nel registro degli indagati per sequestro di persona e omicidio, cinque persone legate alla Banda della Magliana, oltre al fotografo e regista Marco Fassoni Accetti. Quest’ultimo ha sempre sostenuto di aver partecipato per conto di una delle fazioni ecclesiastiche del Vaticano al doppio rapimento (oltre che di Emanuela, di Mirella Gregori, l’altra 15enne scomparsa a Roma il 7 maggio dello stesso anno, per la cui scomparsa è stata altresì chiesta l’archiviazione) e di essere stato uno dei “telefonisti”.

Accetti, ora indagato per calunnia e autocalunnia per essersi accusato del rapimento, solo adesso ha rivelato un fatto inedito: l’auto che aveva nel 1983 era una Citroen Gs verde metallizzata, un’auto compatibile con la descrizione della macchina con cui sarebbe stata rapita Emanuela, sebbene i testimoni abbiano parlato di una Bmw verde tundra, modello Touring.Pietro, cosa pensa delle nuove rivelazioni di Marco Fassoni Accetti?

«Potrebbero essere un indizio importante, sarebbe stato opportuno verificare che tipo di auto avesse all’epoca, non so perché gli inquirenti non glielo abbiano domandato. In ogni caso Accetti ha raccontato cose non credibili: alcuni indizi mi hanno fatto pensare che avrebbe potuto avere un coinvolgimento nella vicenda, ma finora non si sono mai trovate le prove».

E con l’archiviazione ora cosa accadrà?

«Dal punto di vista legale, stiamo presentando l’opposizione alla richiesta di archiviazione. Ma io non smetterò mai di cercare la verità e tentare di capire cosa sia accaduto a Emanuela, così come non smetto di cercarla viva: non ci sono prove su nulla, nemmeno sulla sua morte. Sono rimasto interdetto dalla richiesta di archiviazione: le indagini non sono mai riuscite ad andare oltre le mura vaticane, e questo è inaccettabile, dovrebbe essere nell’interesse di tutti perseguire la verità. La Santa Sede avrebbe dovuto opporsi lei per prima alla richiesta della Procura, visto che Emanuela era cittadina vaticana, e invece si è limitata a dire che non vogliono commentare le questioni giudiziarie italiane: questo comportamento mi amareggia profondamente. Quando due anni fa Papa Francesco mi disse che Emanuela era in Cielo, avevo sperato in un’apertura da parte della Chiesa, ma è seguito solo silenzio alle mie richieste di incontro. Mia madre abita tuttora in Vaticano, e non ha mai ricevuto una telefonata, una parola di conforto, nulla».

Come si spiega questo atteggiamento?

«Da parte del Vaticano non c’è mai stata la volontà di collaborare, piuttosto un atteggiamento difensivo. Quando sei mesi dopo la scomparsa di Emanuela Papa Giovanni Paolo II venne a casa nostra, ebbi la netta sensazione che lui sapesse la verità ma che avesse dovuto scegliere tra Emanuela e l’immagine della Chiesa. Poi, quando ho cercato di capire perché il Vaticano si rifiutasse di collaborare alle indagini, un monsignore mi disse che se Giovanni Paolo II aveva posto il segreto pontificio sulla vicenda, nessuno del Vaticano ne avrebbe mai parlato».

Lei crede che la scomparsa di Emanuela sia collegata al terrorismo internazionale e Alì Agca?

«Le piste seguite in questi anni sono state tante, ma la mia sensazione è che il Vaticano sia tuttora sotto ricatto. Chi ci sia dietro questo ricatto e i motivi, io non lo so: dal terrorismo internazionale alla pedofilia, i motivi potrebbero essere diversi ma non c’è mai stata una prova regina che abbia permesso di seguire con certezza una strada».

Con la richiesta di archiviazione verrebbe prosciolta anche la supertestimone Sabrina Minardi, ex compagna del boss Enrico De Pedis, che attribuì alla Banda della Magliana il sequestro e l’omicidio di Emanuela.

«La Minardi disse che Emanuela era stata rapita dall’organizzazione criminale di De Pedis e poi tenuta in un’abitazione a Roma, finché venne uccisa e gettata in una betoniera, cosa che poi lei stessa smentì.

Dichiarò anche che il rapimento di Emanuela sarebbe stato ordinato da Monsignor Paul Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior, la “banca” vaticana. Ci sono molte ombre nella vita di Marcinkus, ma è morto nel 2006 e le dichiarazioni della Minardi risalgono al 2008, quindi ho avuto la sensazione che fosse un modo per trovare un colpevole e chiudere la vicenda. In ogni caso, ho provato più volte ad avere un incontro con la Minardi, ma lei non ha mai voluto. Ora spero che una volta prosciolta, accetterà di vedermi».

Ma perché Marcinkus avrebbe fatto rapire Emanuela?

«Anche su questo le tesi sono diverse, c’è chi ha parlato di un segnale che Marcinkus voleva dare a qualcuno in Vaticano, e c’è chi ha sostenuto che Emanuela fosse rimasta vittima di orge pedofile che si consumavano tra le mura vaticane. Io credo che qualcuno sia arrivato vicino alla verità, come il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che ha seguito le indagini per dieci anni e si è dichiarato in dissenso con l’archiviazione. Capaldo aveva chiesto di ascoltare dei cardinali, ma il Vaticano ha sempre rifiutato di collaborare respingendo le rogatorie, e non riferendo alla magistratura i contenuti delle telefonate dei presunti sequestratori di Emanuela».

E al Procuratore Giuseppe Pignatone, che ha chiesto l’archiviazione sul caso, cosa vorrebbe dire?

«Vorrei esprimergli tutta la mia più grande delusione perché l’archiviazione è una sconfitta per la giustizia. Quello di mia sorella ormai è un caso nazionale su cui tutti dovrebbero aver interesse a far luce in nome della verità, a partire dai magistrati: un paese senza giustizia è un paese senza civiltà».

Dei politici c’è qualcuno che vi è stato vicino in questi anni?

«Soltanto Walter Veltroni: è l’unico che ha mandato un telegramma quando nel 2004 è morto mio padre, e che ci è stato solidale quando fu riaperta la tomba del boss De Pedis».

Ha intenzione di rivolgersi a qualche altro politico?

«Il 26 febbraio ho consegnato una lettera per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma non ho avuto riscontri. Io andrò avanti con la mia battaglia. Il prossimo 14 giugno saremo di nuovo in Piazza del Campidoglio, abbiamo organizzato una manifestazione fino a Piazza San Pietro. Inoltre è in corso una petizione on line sul sito www.emanuelaor-landi.it, indirizzata per dire no all’archiviazione».

Redazione

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