Anoressia e cibo forzaro, via le firme dalla legge

Leggendo di “posti letto dotati delle opportune misure di sicurezza per l’incolumità fisica degli utenti” vengono in mente cinghie di cuoio ai polsi e camicie di forza. Invece, sono parole contenute nella proposta di legge avanzata dalla deputata del Pd Sara Moretto sul tema dell’anoressia e dei disturbi alimentari in Italia: l’idea è di imporre il Tso, il Trattamento sanitario obbligatorio, a chi soffre di gravi disturbi di alimentazione (come anoressia e bulimia), rinchiuderli in ospedale e sottoporli a “trattamenti nutrizionali” obbligatori se si rifiutano di affrontare la cura e se l’intervento è considerato “salvavita”.

LA PROPOSTA è che molti dei parlamentari che l’appoggiavano hanno già ritirato la loro firma. E le critiche sono arrivate proprio dal Pd. La deputata Michela Marzano, una storia di anoressia alle spalle, un libro autobiografico e molti interventi nelle scuole per sensibilizzare sul problema, non ha dubbi: “Sono molto, molto, arrabbiata e assolutamente contraria – spiega al Fatto – È una proposta di legge pessima e dannosa, fatta da chi non ha la minima idea di cosa siano i disturbi del comportamento alimentare. Non so per quali motivi la Moretto la stia proponendo: la strada per l’inferno è lastricata delle migliori intenzioni”.

Che i disturbi alimentari siano il sintomo di un malessere profondo è noto, sia in ambito medico sia, ormai, nell’opinione comune. “E costringere le persone a mangiare, e quindi a riprendere peso intervenendo solo sui sintomi, significa compromettere un equilibrio molto delicato. Senza sapere quali siano le conseguenze. Le persone nutrite in maniera forzosa, dopo il trattamento riperdono tutto il peso acquisito e potrebbero reagire, nel peggiore dei casi, anche con il suicidio”. Oggi, le procedure applicate per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare sono stabilite sulla base di attente diagnosi multispecialisti-che. Gli obiettivi, gli strumenti e i metodi sono decisi tenendo conto dello stato nutrizionale e psicologico del paziente: la nutrizione artificiale è prevista solo nei casi più gravi e di reale rischio di vita, la nutrizione meccanica ammessa solo per trattamenti che prevedono la pianificazione graduale dell’aumento del peso e la riduzione del trauma del contatto diretto con il cibo. In tutti gli altri casi, l’approccio è rieducativo e “non forzato”. Prima di arrivare a una proposta di legge di questo tipo, ci sarebbero altre questioni da risolvere. Favorire la sensibilizzazione generale sull’argomento (quindi non solo tra i giovani esposti, ma anche tra chi dovrebbe accorgersi o evitare l’insorgenza dei disturbi), implementare un piano di prevenzione e di analisi precoce e risolvere il problema dei centri riabilitativi e dell’assistenza ospedaliera.

“È URGENTE fornire alle famiglie delle persone affette da disturbi del comportamento alimentare uno strumento per evitare di dover assistere alla morte dei loro cari – scrive la Moretto, tralasciando l’identità e la complessità di chi soffre di questi disagi – Credo inoltre che il trattamento sanitario obbligatorio per la nutrizione debba essere fornito dal Servizio Sanitario Nazionale, nelle strutturepubbliche di tutta Italia, e debba essere gestito da una équipe multi professionale includente psichiatri, esperti in nutrizione clinica e pediatri”. Una programmazione che ignora il vero problema italiano: l’assenza di centri specializzati a fronte di quasi tre milioni di persone affette da questi disturbi. Ce ne sono pochi e non hanno sufficienti risorse. “Ci dovrebbero essere strutture a livello ospedaliero con equipe interdisciplinari per accogliere prima di tutto chi vuol e farsi curare, non per i ricoveri forzosi – spiega la Marzano – Bisogna intervenire in maniera globale , con accompagnamento medico e psicologico. Non con metodi repressivi. E pur ammettendo il trattamento forzato, se poi non ci sono i mezzi per un approccio psicologico efficace, che senso ha?”.

Redazione

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