Assegni di invalidità: In un anno 50 mila indennità in più, record a Oristano Prestazioni Inps per il 5% degli abitanti a Roma

Mentre l’economia cadeva di un altro 2%, gli stipendi pubblici restavano fermi come accade da sei anni, mentre le imprese sopravvivevano in apnea per i ritardi di pagamento dello Stato e la pressione fiscale saliva dal 47,9% al 48,6% del Pil (secondo il Fondo monetario internazionale), fra il 2013 e il 2014 in Italia si consumava un altro evento. Più in sordina, quest’ultimo. Magari tutti erano troppo presi a seguire il succedersi di tre governi in 24 mesi per accorgersene. Eppure nel frattempo le prestazioni sociali per invalidità, pensioni e altri assegni, sono salite di oltre centomila. È stata una progressione quasi equamente divisa: un po’ più di 50 mila unità nel 2013, appena un po’ di meno di 50 mila nel 2014. Non esistono stime ufficiali, ma gli andamenti degli ultimi anni fanno pensare che si tratti un altro miliardo e mezzo di spesa pubblica in più.

Non ci sono le impronte di una sola idea politica, o di un territorio. Non è stato un fenomeno delle giunte di centrodestra, né esclusivo del centrosinistra. Non è solo del Sud, né assente al Nord. Semplicemente, dopo una frenata e un primo calo degli assegni di invalidità quando lo spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi faceva molta paura, tutto sembra tornato come prima. Quasi meglio di prima: secondo i dati dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps), nell’ultimo biennio il numero di pensioni di invalidità è cresciuto dell’8,4% in Calabria, del 5,7% nel Lazio, del 5% in Sicilia e Puglia, ma anche del 4,2% in Liguria, del 3,5% in Lombardia e Veneto e del 3,1% in Campania. Un certo controllo emerge in Umbria, ma già meno per esempio in Toscana ed Emilia Romagna, dove il numero delle pensioni di invalidità cresce rispettivamente dell’1,7% e del 2,2% durante il biennio.

Non doveva andare così, almeno in teoria. A giudicare dalle promesse di cui traboccano gli archivi, il problema avrebbe dovuto essere già superato da tempo. Solo l’anno scorso alle frodi sull’invalidità l’allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, aveva dedicato un capitolo del suo rapporto. Prima ancora, nel 2012, il governo di Mario Monti aveva lanciato 150 mila «verifiche straordinarie» del-l’Inps contro i falsi invalidi.

Un altro passo indietro, e nel maggio 2010 la lotta a questo fenomeno risalta nella manovra messa a punto dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nell’ottobre del 2008 lo stesso esecutivo di Silvio Berlusconi aveva avviato una «stretta» sui permessi all’assistenza dei disabili, mentre quello di Romano Prodi nel 2007 aveva inserito i falsi invalidi fra i temi del suo «libro verde» sulla spesa, dopo che già nel 2003 Tremonti aveva varato una prima «stretta».

Risultato, in questi dodici anni la spesa per le invalidità civili ha accelerato da 11,8 a circa 18 miliardi di euro. E le prestazioni dell’Inps sono esplose di un milione di unità, da 1,8 a 2,8 milioni di assegni ogni mese. Si direbbe quasi che gli italiani stiano diventando un popolo di infermi e non la nazione nella quale nel frattempo l’aspettativa di vita alla nascita è cresciuta di ben due anni, per raggiungere uno dei livelli più alti al mondo.

Per la verità la progressione di questa voce di spesa non è stata omogenea, e da sola racconta molto della storia del Paese. Ci sono stati gli anni del grande party, quando lo spread era praticamente azzerato, nessuno pensava più al debito e la spesa per invalidità cresceva fino al 18,4% l’anno (come nel 2002). Poi sono arrivate la crisi dell’euro e la grande paura di non riuscire a vendere i titoli di Stato alle aste del Tesoro: nel 2010 Tremonti innesca dei controlli straordinari, dando più poteri all’Inps di vigilanza sulle decisioni delle Aziende sanitarie locali (Asl) delle varie Regioni, e la spesa frena e poi cala nel 2011.

Ma non appena si allenta la pressione sullo spread, anche quei controlli si fanno più teneri. I fatti degli ultimi anni dimostrano quanto gli assegni di invalidità siano ormai parte del rapporto fra la politica locale e certi elettori. In certe provincie, dati alla mano, appare molto probabile che percepiscano una prestazione di invalidità ormai una famiglia su tre o su quattro.

Il record assoluto spetta a Oristano dove, fra indennità e pensioni agli invalidi civili, se ne contano oggi in un numero pari al 9% dei residenti. Segue Lecce con l’8%. Sono astronomiche Cosenza (prestazioni pari al 7,4% dei residenti), Messina (7,68%) o Reggio Calabria (7,69%), ma anche a Roma a questo punto risulta in vigore una prestazione di questo tipo ogni venti abitanti. E non si tratta solo un fenomeno meridionale: ricche e ordinate città del Nord come Sondrio o Pavia rivelano una dipendenza da questi assegni superiore non solo alla capitale ma anche, persino a centri molto più arretrati come, rispettivamente,

Caltanissetta o Brindisi e Trapani o Salerno.

Moltissime di queste prestazioni sono semplicemente giuste e dovute: alleviano esigenze e disagi reali. Eppure la loro massa ha ripreso a crescere molto più in fretta di quanto la popolazione non stia invecchiando o di quanto la salute degli italiani non si stia deteriorando. L’Italia è sì il terzo Paese più anziano al mondo dopo il Giappone e la Germania, ma non sembra esserci legami automatici fra l’età media degli abitanti e la progressione delle invalidità. Emblematico è il caso Savona: è la provincia più vecchia del Paese, con un’età media superiore di oltre quattro anni rispetto alla tendenza nazionale, eppure ha un peso degli assegni di invalidità del-l’Inps inferiore a quello di ben due terzi delle provincie italiane.

Oggi ciascun assegno di invalidità viene deciso da commissioni composte di rappresentanti delle Asl (Aziende sanitarie locali), spesso legate alle giunte regionali, e da un delegato dell’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale). Si può decidere a maggioranza, benché in questo caso possano poi esserci nuove verifiche, ed è evidente che il sistema continua a viaggiare con troppe falle aperte. Al Corriere della Sera, il politologo di Stanford Francis Fukuyama ha osservato nei giorni scorsi che una causa della crisi in Italia e in Grecia è stato «l’uso del settore pubblico a scopi clientelari».

Redazione

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