WhatsApp, colabrodo di dati personali: bocciata l’app per i messaggini

WHATSAPP bocciata in termini di privacy. Specialmente per quanto riguarda il rapporto con le sempre più pressanti richieste di governi e amministrazioni relative ai dati degli utenti. Lo certifica l’usuale appuntamento annuale con il rapporto “Who has your back?” firmato dalla nota Electronic Frontier Foundation, una delle più note ong statunitensi attive sul fronte delle libertà civili nel mondo digitale.

Un’edizione più importante delle passate, la quinta, perché i criteri sono cambiati: tutti quelli che erano inclusi nei primi quattro documenti sono finiti in una sola categoria (quella delle “migliori pratiche” da implementare, come la necessità del mandato di un giudice per l’accesso ai dati) e se ne sono aggiunti quattro inediti per valutare altri aspetti. Per esempio se l’azienda in questione informa gli utenti sulle richieste dei dati da parte dei governi prima che queste avvengano, se si è dotata di regole chiare legate alla conservazione di questi dati e in particolare per quanto tempo rimangono inaccessibili all’utente, se dichiara per quante volte e dunque con quale frequenza queste richieste vengono effettuate e se infine ha manifestato una posizione pubblica contro l’uso delle “backdoor”, cioè delle modalità di accesso diretto e privilegiato ai server di compagnie che operano nelle comunicazioni e sul web.

“È tempo di aspettarsi di più dalla Silicon Valley  –  si legge nel rapporto  –  abbiamo stilato questo documento anche per stimolare e compagnie e fin dai mesi in cui le abbiamo informate di quali sarebbero stati i criteri di quest’anno abbiamo notato un significativo incremento delle pratiche. Speriamo, e ci aspettiamo, di vedere ancora di più il prossimo anno”.

Peccato che fra le peggiori sotto ogni punto di vista  –  tranne l’ultimo, che è tuttavia il meno concreto del pacchetto  –  ci sia una delle applicazioni più utilizzate del mondo: il programma di messaggistica WhatsApp, che viaggia spedito verso il miliardo di utenti. Controllata da Facebook (che invece se la cava piuttosto bene con quattro stellette su cinque categorie) il software non soddisfa nessuno dei criteri presi in esame. Neanche quelli basilari, raccolti appunto nella prima macrocategoria e all’interno della quale rientra anche la pubblicazione periodica di un rapporto sulla trasparenza. In sostanza, WhatsApp è il fronte che più di tutti, nell’ecosistema degli strumenti digitali più popolati, lascia la possibilità ai governi e alle loro emanazioni digitali di ficcare il naso negli affari degli utenti.

Fra le prime della classe (cinque su cinque) spiccano Apple, Adobe, Sonic. net, Wikimedia, WordPress e Yahoo! In seconda fascia (tre-quattro stelle su cinque) figurano fra le altre Twitter  –  che cade sul punto che riguarda l’informazione preventiva o almeno contemporanea agli utenti sulle richieste di rimozione e acquisizione delle autorità  –  Pinterest, Slack, Reddit, Snapchat, la già citata Facebook, Comcast, Tumblr, Linkedin, Microsoft, Google (solo tre per Big G, male anche sui tempi di conservazione delle informazioni) e Amazon. Sono invece rimandate al prossimo anno (una o due stellette) At&t e Verizon. Oltre, ovviamente, a WhatsApp.

È vero che è il primo anno in cui l’applicazione guidata da Jan Koum viene inclusa nell’analisi della ong. Ciononostante, la fondazione sostiene di aver fornito al gruppo tempo più che sufficiente, cioè un anno intero, per presentarsi al meglio all’appuntamento primaverile con le pagelle. Un’accortezza inutile: “WhatsApp dovrebbe richiedere ufficialmente un mandato prima di rivelare i contenuti dei suoi utenti  –  raccomandano dalla Eff  –  dovrebbe pubblicare un regolamento dedicato al rapporto con le autorità e un report di trasparenza, informare più efficacemente gli utenti sulle richieste dei governi e rivelare le sue strategie di memorizzazione dei dati”.

Redazione

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