Spotify, Shazam, Zalando: nel club di chi supera il miliardo prima della Borsa sempre più società del Vecchio Continente

Qauaranta «unicorni» in 15 anni, un terzo dei quali negli ultimi 12 mesi. Per raccontare la crescita delle startup europee valutate almeno un miliardo di dollari prima della quotazione (gli unicorni, in gergo) si può partire da questi due dati. Aggiungendo un confronto che la dice lunga: dall’aprile 2014 nel «Billion dollar startup club» sono entrate 13 aziende europee e 22 americane. Insomma, pare sia il momento delle società innovative del Vecchio Continente. Anche il Financial Times, che dedica un approfondimento al fenomeno, ne è sicuro al punto da titolare l’articolo «L’Europa incubatrice delle nuove billion dollar baby del tech».

Eppure potrebbe passare inosservato. La mappa delle startup con valutazione che supera il miliardo di dollari racconta, a prima vista, una realtà diversa: su 98 a livello globale ben 66 arrivano dagli Usa, 23 dall’Asia e solo otto dall’Europa. Ma in questo confronto sparisce, appunto, il dato temporale. Che invece rivela come la crescita delle «campionesse» europee sia relativamente recente. Fino al mese scorso il record di Skype (lanciata in Estonia nel 2002 e comprata, dopo vari passaggi, da Microsoft nel 2011 per 8,5 miliardi) era ancora insuperato. Poi, grazie ad un round di finanziamento al quale hanno partecipato la compagnia telefonica svedese TeliaSonera, il fondo canadese Senvest Capital e la banca d’investimento Goldman Sachs, anche la startup di musica in streaming Spotify ha tagliato il traguardo degli 8,5 miliardi a inizio aprile. A fine 2013 la società, lanciata nel 2008, valeva la metà.

Certo, per ora è una mosca bianca: la altre startup europee si piazzano molto indietro in termini di valutazione. Al secondo posto della classifica nostrana c’è la tedesca Delivery Hero con 3,1 miliardi, al terzo la britannica Powa con 2,7 miliardi. Dopo di loro viene l’olandese Adyen, che vale 1,5 miliardi, e poi c’è la carica di quelle che valgono un miliardo esatto: la tedesca Home24, le britanniche Shazam, Far-fetch, Funding Circle. Niente a che vedere con i numeri, quelli sì davvero da record, della classifica americana dove si parte con i 41,2 miliardi di dollari di Uber e si prosegue con i 16 di Snapchat ed i 15 di Palantir. Di grossi numeri se ne trovano anche nella classifica asiatica: 46 miliardi per Xiaomi, 15 per Flipkart, 9,6 per Lufax.

Però secondo gli analisti del Financial Times è solo questione di tempo prima che gli investimenti inizino ad essere consistenti anche in Europa. Intanto hanno già cominciato a crescere: dall’aprile 2014 all’aprile 2015 sono arrivati a 5,6 miliardi. Meno di quanto abbia ricevuto l’americana Uber, da sola, in soli sei anni: 6 miliardi di dollari, con un ultimo round da 1,6 miliardi. Ma comunque il doppio degli investimenti europei dell’anno precedente, che si erano fermati a 2,9 miliardi di dollari in totale.

Il parterre di finanziatori dietro l’ultimo round di Spotify dimostra come anche i grandi nomi internazionali stiano cominciando ad interessarsi alle società innovative che crescono fuori dalla Silicon Valley. Colossi del tech compresi: nel settembre 2014 Microsoft ha comprato per 2,5 miliardi di dollari la startup svedese Mojang, inventrice del lego digitale Minecraft. E piacciono pure agli investitori. Negli ultimi mesi sono sbarcate in Borsa ben quattro delle startup europee da record: le tedesche Rocket Internet e Zalando e le britanniche Markit e Zoopla.

Il motivo dell’interesse di fondi internazionali, big del tech ed investitori? Non solo le buone idee di singole startup, ma anche lo sviluppo di «distretti digitali» che fanno di città come Londra, Berlino, Stoccolma o Helsinki attori emergenti nel panorama globale. La classifica europea degli unicorni (stilata dalla società di analisi GP Bul-lhound) riflette questa situazione: al primo posto c’è la Gran Bretagna con 17 startup valutate oltre un miliardo dal 2000 ad oggi, al secondo la Svezia con sei, al terzo Germania e Russia a pari merito con quattro ciascuna. Poi vengono Francia (con tre) e Finlandia (con due). Infine si piazzano, con una startup milionaria a testa, Italia, Paesi Bassi, Irlanda e Israele. L’unica italiana, in realtà, non fa parte del club da un bel po’: si tratta della società di ecommerce Yoox. Non è più una startup (quest’anno ricorre il 15esimo dalla fondazione) e nemmeno un unicorno (è quotata in Borsa dal 2009). Ma con una capitalizzazione che oggi sfiora i due miliardi di euro è lei, piuttosto che le grosse società dalle Silicon Valley, l’esempio chiave per le startup nostrane.

Redazione

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