Roberta Ragusa: Gli inquirenti insistono, l’ipotesi che la donna sia scappata di casa di sua volontà è assurda

Il Giudice dell’Udienza Preliminare si è impadronito di un potere riservato esclusivamente al giudice del dibattimento”. E quanto si legge nel ricorso presentato dall’avvocato Enrico Maria Gallinaro contro la sentenza che lo scorso 6 marzo ha prosciolto Antonio Logli, l’uomo accusato di avere ucciso la moglie, Roberta Ragusa, e di averne distrutto il cadavere. L’avvocato Gallinaro, che è il legale di Antonino e Annamaria Ragusa, lo zio e la cugina di Roberta, ha motivato in questo modo la sua richiesta di annullare la sentenza, riaprire il processo e fissare una nuova udienza preliminare.

Il giudice che ha prosciolto Antonio Logli, in sostanza, si sarebbe avvalso di un potere che in realtà non possedeva: quello di esprimere subito un giudizio sull’imputato. Così facendo, nell’interrompere sul nascere il processo poiché «il fatto non sussiste», il giudice per l’Udienza Preliminare ha di fatto impedito che un altro giudice potesse interrogare Logli, risentire tutti i testimoni e analizzare a fondo l’enorme quantità di indizi raccolta dagli inquirenti. In poche parole, è come se avesse dichiarato innocente Logli prima ancora di processarlo.

La battaglia per arrivare alla verità, però, non è per niente chiusa. Roberta Ragusa è scomparsa dalla sua casa di San Giuliano Terme (Pisa) nel gennaio 2012 e gli inquirenti restano convinti che a ucciderla sia stato il marito. Oltre ai familiari della donna, anche la Procura titolare dell’in-chiesta ha depositato il ricorso per Cassazione. Gli inquirenti contestano al giudice di non aver minimamente valutato «l’irrazionalità e l’inverosimiglianza di eventuali ipotesi alternative a quella proposta dall’accusa», ovvero quella dell’omicidio. «L’idea che la Ragusa si possa essere volontariamente allontanata da casa, nel corso di una gelida notte d’inverno, a piedi, senza documenti, denaro, telefono, vestiti, senza poi farsi viva con i figli con cui aveva un fortissimo legame affettivo, riuscendo a far perdere ogni traccia di sé nonostante il clamore mediático della vicenda, è del tutto estranea alla razionalità umana».

Inoltre il Giudice per l’Udienza Preliminare, Giuseppe Laghezza, si sarebbe spinto a valutare il grado di attendibilità dei testimoni, quando questa operazione avrebbe dovuto farla il giudice del dibattimento durante il processo. E ancora più discutibile è il fatto di aver messo sullo stesso piano le dichiarazioni dei testimoni chiave, in particolare quelle di Loris Gozi, e i falsi avvistamenti di Roberta avvenuti nelle settimane successive alla scomparsa. Mentre la testimomanza di Loris Gozi è sempre apparsa sincera e verosimile, non si può dire altrettanto di quella dei due carabinieri che dissero di aver visto Roberta viaggiare su un treno della linea Roma-Anagni.

Il giudice Laghezza, inoltre, non ha dato alcun credito agli altri indizi messi insieme dalla Procura di Pisa. Come se nel prosciogliere Antonio Logli fossero stati valutati soltanto gli elementi di incertezza e non quelli sui quali invece sarebbe necessario quantomeno un approfondimento.

A dare particolare risalto a questa mancanza da parte del giudice è stata l’associazione Penelope, da sempre vicina ai familiari delle persone scomparse, che a sua volta si è costituita parte civile e ha fatto ricorso contro la sentenza.

Dice l’avvocato dell’associazione, Nicodemo Gentile: «La verità sulle sorti di Roberta non può prescindere dall’analisi complessiva di tutti gli elementi acquisiti dagli inquirenti, tra i quali le bugie qualificate e reiterate del Logli, che ne fanno un mentitore, e le circostanze descritte dai figli della Ragusa, che consentono di qualificare come pura fantasia l’ipotesi dell’allontanamento volontario della donna. L’auspicio è che la Cassazione dia di nuovo la possibilità di valutare gli indizi per dare dignità a Roberta».

Redazione

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