Salva-banche: lasciare affogare i piccoli azionisti?

Il rapporto è uno a 40. Nel senso che i piccoli (ormai ex) azionisti di Banca Marche, una delle quattro “salvate”, sono 40.000, mentre i titolari di obbligazioni subordinate sono circa un migliaio. Ma i progetti di conversione del decreto salva-banche del 22 novembre vengono incontro agli obbligazionisti ridotti in stato di indigenza dai dissesti delle quattro banche, non agli azionisti (che sono molti di più). Ecco perché tra i sei parlamentari Pd che hanno depositato quattro emendamenti a favore dei piccoli azionisti quattro sono marchigiani: Irene Manzi, Piergiorgio Carrescia, Alessia Morani e Marco Marchetti, quest’ultimo in commissione Bilancio della Camera. Tra le proposte quella di utilizzare i ricavi delle azioni giudiziarie contro gli ex vertici delle banche e le eventuali plusvalenze derivanti dal recupero dei crediti ceduti alla bad bank per il rimborso di obbligazionisti e azionisti, e quelle di emettere titoli particolarmente vantaggiosi (obbligazioni zero coupon, oppure azioni con specifici diritti di sottoscrizione, provenienti da un aumento di capitale pari almeno al 4% del capitale sociale delle newco) destinandoli ai risparmiatori danneggiati, che verrebbero così parzialmente compensati per le loro perdite. Il problema è che gli eventuali ricavati della vendita di crediti deteriorati e più ancora delle quattro newco sono attesi con ansia dal sistema bancario italiano, che ha finanziato il più che oneroso “salvataggio” delle quattro banche.

Le ragioni che rendono molto difficile il rimborso anche parziale delle azioni è che chi compra un’azione sa di comprare un prodotto finanziario rischioso: lo fa a fronte di un possibile rendimento superiore a quello degli investimenti “prudenti”. Ma le proteste di questi giorni hanno fatto emergere un’altra realtà: i piccoli investitori marchigiani (come quelli delle altre tre banche, Carichieti, Carife e Banca Etruria, tutte banche piccole e molto radicate nel territorio) non avevano le idee chiarissime sui rischi che correvano, e si fidavano ciecamente dei loro consulenti. Come scrive il presidente dell’Abi Antonio Patuelli nella prefazione al “Manuale di educazione finanziaria” di Beppe Ghisolfi, vicepresidente dell’Abi, appena pubblicato da Aragno, in Italia “vi è stata una eccessiva euforia finanziaria che ha portato alla sottovalutazione frequente di rischi nell’allocazione del risparmio e degli investimenti finanziari”. Giocare in Borsa invece, ricorda Ghisolfi alla voce Azioni/Azionisti (il manuale è suddiviso in un’ottantina di voci in ordine alfabetico) “può essere un gioco pericoloso per chi non è esperto in materia”.

E’ un problema che conosciamo da anni e che non si accenna a risolvere. In effetti ci sono molte importanti iniziative di educazione finanziaria, molto autorevoli, rivolte ai ragazzi delle scuole medie e superiori. In questo modo si formano i risparmiatori del futuro, il che è eccellente ma nel frattempo una quota importante di genitori e nonni continuano ad avventurarsi in investimenti poco prudenti, e a rimetterci tutti i risparmi: i casi Cirio e Parmalat, o quello dei titoli del tesoro argentini sono solo le vicende più note. Quello delle quattro banche però è forse il caso più insidioso, perché i risparmiatori si sentivano al sicuro con la banca di casa propria. Tra i commenti dei vari blog dei risparmiatori ce n’è uno che inveisce contro “tutti i direttori che hanno fatto cartello per non farci vendere le azioni”.

Redazione

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